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Vivere la montagna in sicurezza secondo la medicina d’alta quota

di Maria Rita Montebelli domenica 17 maggio 2015

3' di lettura

Highcare è un progetto scientifico multidisciplinare volto ad ampliare le conoscenze sui meccanismi d’adattamento dell’organismo umano esposto a ipossia ipobarica d’alta quota e a “comprendere meglio gli effetti del ridotto apporto di ossigeno in pazienti con patologie croniche, quali scompenso cardiaco, broncopneumopatia e apnee del sonno”, spiega Gianfranco Parati, Ordinario di Medicina Cardiovascolare all’Università Milano-Bicocca e coordinatore del progetto. A tale scopo dal 2004 ad oggi sono stati condotti da gruppi di ricerca dell’Istituto Auxiologico Italiano e dell’Università degli studi di Milano-Bicocca studi sia su volontari sani sia su soggetti affetti da patologie croniche come l’ipertensione arteriosa, grazie a spedizioni in quota sulle Alpi, in Himalaya e sulle Ande. Il riassunto di questi studi è pubblicato nel volume, “Highcare Projects. 11 anni di ricerca in alta quota” presentato a Milano e realizzato con il contributo non condizionato di Bayer, che ha fornito un valido supporto anche nella gestione delle spedizioni. Il primo studio, Highcare Alps 2006, condotto su volontari sani, sul massiccio del monte Rosa, conferma l’efficacia dei beta-bloccanti nel contrastare l’incremento della pressione arteriosa, al cui scopo è raccomandato l’uso di carvedilolo o nebivololo. Con Highcare Alps 2010 i ricercatori hanno valutato gli effetti di una esposizione molto rapida a quote elevate, senza un periodo di acclimatazione. Questa condizione accomuna numerosi soggetti che per svago o lavoro, salgono bruscamente in alta quota con possibile insorgenza del ‘mal di montagna’, quadro sintomatologico che sfocia in cefalea, nausea, affaticabilità e disturbi del sonno”. Da questo punto di vista tra “i farmaci cardine nella prevenzione e nel trattamento del ‘mal di montagna’ – spiega Parati – rientra un farmaco diuretico, l’acetazolamide efficace anche nella prevenzione di picchi pressori nelle 24 ore in soggetti ipertesi. Lo studio Highcare Himalaya aveva l’obiettivo di verificare l’efficacia di alcuni antipertensivi su soggetti sani durante l’ascesa verso vette elevate. L’alta quota può inibire la capacità di un farmaco di controllare i picchi arteriosi. L’effetto ipotensivo scompare, infatti, a 5400 metri. Infine, in Highcare Andes, i ricercatori hanno confrontato gli effetti della combinazione di due farmaci antipertensivi rispetto a placebo in ipertesi a quote medie. Tali risultati sono stati poi confrontati con quelli di ipertesi residenti a bassa quota e trasferiti in alta quota. A 3200 m il trattamento si è dimostrato ancora efficace. Sottolinea “lo straordinario risultato scientifico che tali spedizioni hanno conseguito” Giuseppe Mancia, Professore Emerito dell’Università Milano-Bicocca, grazie ad una metodologia messa a punto ad hoc che ha comportato l’utilizzo di una strumentazione tecnologicamente avanzata e resistente alle basse temperature e alla bassa pressione. Negli ultimi anni l’aumento della popolarità degli sport di montagna e il numero sempre più elevato di soggetti anche senior che affrontano le scalate con scarsa consapevolezza dei rischi per la salute ha portato a un aumento di incidenti in quota. Alla luce dell’alto contributo degli studi Highcare alla medicina d’alta quota Luigi Festi, presidente della Commissione Medica del CAI, Club Alpino Italiano, auspica una “frequentazione dell’ambiente alpino più sicura e consapevole” attraverso un “cambiamento culturale” che renda “la ‘medicina di montagna’ patrimonio di tutti” e sottolinea la necessità della creazione di nuove figure di medici specializzati su questi temi. (MARTINA BOSSI)

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