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L’immensità di un granello di pepe

Nella splendida cornice della Scuola Grande di San Rocco, presentata la monografia su Tintoretto, per la collana ‘Collezione d’arte di A. Menarini’
di Maria Rita Montebelli sabato 6 aprile 2013

3' di lettura

E’ la ‘cappella Sistina’ di Venezia, tutta ricoperta di affreschi incantevoli quanto suggestivi. Artefice di tanta bellezza, custodita nella Scuola Grande di San Rocco, è Jacopo Robusti, detto il Tintoretto che nell’arco di 20 anni ha realizzato gli oltre 70 grandi teleri, che decorano con scene del Nuovo e del Vecchio Testamento la Sala Terrena, la Sala Superiore e la Sala dell’Albergo e che si trovano ancora lì, dove lui li aveva concepiti. Non poteva esserci cornice migliore dunque per presentare la monografia su Tintoretto realizzata per la collana ‘Collezione d’arte A. Menarini’, in collaborazione con Silvana Editoriale. “La nostra azienda quest’anno ha voluto rendere omaggio al Tintoretto, raggiungendo l’artista e il pubblico che più lo ama proprio qui a San Rocco, dove è possibile ammirare la sua testimonianza più autentica e suggestiva – ha commentato Massimo Gaiotto, Direttore  Business Unit Pharma del Gruppo farmaceutico Menarini - In questo luogo, arte e devozione religiosa si intrecciano in una sintesi meravigliosa e per noi è un onore aver organizzato, con il supporto della Scuola Grande e delle istituzioni locali, un evento così unico ed emozionante”. A presentare il volume, curato da Renzo e Giovanni C.F. Villa, un ospite d’eccezione: il Prof. Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani. Il volume è una monografia storico-artistica che si apre in varie direzioni ed ha come protagonista la Venezia del ‘500. In un’epoca dominata dal gusto e dall’egemonia di Jacopo Sansovino, Tiziano e Pietro Aretino, il giovane Jacopo Robusti, figlio di un tintore, cerca pian piano di affermare la sua fortuna. La vita dell’artista è descritta attraverso le sue opere, dall’exploit del soffitto della casa di Vittor Pisani (oggi nella Galleria Estense di Modena), all’ultima struggente opera, quella Deposizione di Cristo nel sepolcro, a San Giorgio Maggiore, realizzata poco prima di morire a 75 anni di ‘rilassazione di stomaco’. Nel mezzo i suoi tanti capolavori, vere e proprio macchine sceniche, dal ‘Miracolo dello schiavo di San Marco’, che lo impone nell’Olimpo dei grandi, nonostante la manifesta ostilità di Tiziano; al catastrofico tsunami che è il Giudizio universale di Santa Maria dell’Orto; allo sconfinato Paradiso (una tela di 25 metri per 8 con oltre 500 figure, descritta da Dickens come ‘il quadro più meraviglioso e affascinante che sia mai stato dipinto’) nel Salone del Gran Consiglio di Palazzo Ducale. E in una Venezia devastata e decimata (45mila i morti) da un’epidemia di ‘peste nera’ tra il 1576 e il ’77, non sorprende la devozione immensa tributata da Tintoretto a San Rocco, protettore degli appestati, sotto forma dell’immenso ciclo di affreschi della Scuola Grande, che agli occhi del grande Vasari suscitarono la sensazione della ‘terribilità’. Un omino piccolo, con l’argento vivo, come un granello di pepe, dallo sguardo di brace, ubiquo e incontentabile, secondo la descrizione che ne fa Antonio Carno, famoso capocomico veneziano e uno dei suoi pochi ammiratori. Ma anche ‘il più terribile cervello che abbia mai avuto la pittura’ (Giorgio Vasari), dai pennelli mossi dal furor sacro dell’arte, più che dalla ragione e dal giudizio. Pennellate colorate di maestria e gravide di una tecnica perfetta che si proietterà avanti nei secoli, fino a germogliare nella scuola degli impressionisti. (MRM)

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