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Biennale di Venezia, perché non è una scelta liberale far partecipare gli artisti russi

Davanti alla grande cultura del Paese anche noi europei dobbiamo portare rispetto e non censurare. La libertà è principio sacro, ma forse andrebbe maneggiato con più attenzione e cura
di Corrado Ocone mercoledì 6 maggio 2026

3' di lettura

Va bene tutto, ma non vendeteci ora l’immagine di un Buttafuoco liberale. Né è una scelta liberale quella di riaprire il padiglione russo. Certo la cultura è libera, per principio, ma esiste anche una “cultura di regime”, ove le idee sono funzionali a determinte politiche e gli intellettuali sono “organici” ad un sistema politico che libero non è. E questo è il caso della presenza russa a Venezia, diretta emanazione della nomenklatura che ruota attorno a Putin. La grande cultura russa, davanti alla quale anche noi europei dobbiamo portare rispetto e non censurare, la cultura dei Tolstoj e dei Dostoevskij solo per fare qualche esempio, è stata altra cosa. Come altra cosa sono gli intellettuali dissenzienti rispetto all’attuale potere moscovita, costretti al silenzio, all’esilio o addirittura raggiunti e uccisi in circostanze non chiare. È proprio questa capacità di distinguere, di non affogare tutto in un mare magnum ove tutto è cultura, che sembra sia mancata a Venezia in questo frangente. La libertà della cultura è principio sacro, ma forse andrebbe maneggiato con più attenzione e cura. È un bene, comunque, che si discuta di tutto questo, come si sta facendo, anche se dire che Buttafuoco sia un liberale è assolutamente falso Il presidente della Biennale di Venezia è un uomo di cultura raffinato, uno scrittore di vaglia, un oratore forbito ed elegante, ma farlo passare, come sta tentando di fare una certa sinistra “riformista” e “moderata”, per un campione del liberalismo, un seguace di Locke o Einaudi, è pura ignoranza, nel migliore dei casi, un atto di dimistificazione o malafede culturale e politica, nel peggiore. Una scortesia prima di tutto verso Buttafuoco stesso che non ha mai avuto il liberalismo come suo orizzonte di riferimento.

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Considerarlo “uno dei nostri” è a dir poco ridicolo, anche se non desta meraviglia in chi sa che la sinistra ha una concezione della politica volta a strumentalizzare tutto, anche le idee, pur di arrivare al fine, che in questo caso è quello di scalzare l’odiato governo ne mico. È di destra Buttafuoco? Sicuramente non è di sinistra per il semplice fatto che è un cultore del pensiero non conformista e non allineato. La destra occidentalista e liberale non è però mai stata la sua. Ovviamente non esiste una sola destra. E una delle forze di questa parte politica è il suo essere plurale. Una ricchezza che non va persa, anzi valorizzata. La sinistra pensa di dividere gli intellettuali di destra, ma questi son già divisi per parte loro. Altri due intellettuali di vaglia, anche loro iperostracizzati dalla sinistra in passato, Franco Cardini e Marcello Veneziani, sono in questi giorni intervistati ed esaltati dai media politicizzati solo perché hanno preso le difese di Buttafuoco.

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Ci si sarebbe meravigliati del contrario. Anche loro sono infatti i rappresentanti di una tradizione minoritaria di antiamericanismo e antiliberalismo che alligna da sempre a destra e convive con quella più autenticamente conservatrice e liberale. È una destra impolitica, poco realista, la cui funzione di stimolo è fondamentale, ma che ovviamente non è adatta a dare la linea in tempi complessi di crisi quali gli attuali. Anche il liberal-conservatore ritiene, come il rappresentante di una destra non liberale, che la libertà e la democrazia siano in crisi in Occidente, ma lo crede per motivi opposti: per il tradimento dei valori consumato da ampie fette delle élite, non perché sia in un altrove, esso sì utopico, l’orizzonte di riferimento dell’umano. L’individualismo, la perdita del sacro, il trionfo del più rozzo scientismo e del materialismo, sono il portato di una crisi di fiducia dell’Occidente verso se stesso, che va recuperata con un lento lavoro di ricucitura e rinnovamento. E anche con molto realismo, misurando i sacri principi, compreso quello della libertà della cultura, con le situazioni di fatto e a partire dall’etica della responsabilità.

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