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Fibrosi polmonare idiopatica, ora c’è un supporto per i pazienti

Fino a pochi anni fa la malattia era misconosciuta, le diagnosi poche e tardive, e l’unica speranza di arrestare questo male affidata al difficile traguardo del trapianto
di Maria Rita Montebelli domenica 14 luglio 2013

4' di lettura

Non ci pensa mai nessuno di noi, ‘noi’ che stiamo bene, ma da quando nasciamo a quando moriano… respiriamo: una volta ogni 3-4 secondi, circa 25mila volte al giorno. Per le persone affette da Fibrosi Polmonare Idiopatica (IPF), una malattia rara e progressiva del polmone, che in Italia riguarda circa 6000 – 9000 adulti, ogni respiro, invece, è una conquista. Da qualche giorno, e questa è una buona notizia per i pazienti, arriva un farmaco a base di pirfenidone, il primo approvato in grado di rallentarne la progressione se preso in fase lieve o moderata della malattia. Oltre a questo nuovo farmaco orale hanno preso l’avvio due importanti progetti: il Programma PerFect, che garantisce ai pazienti, grazie alla telemedicina, la consulenza degli specialisti più esperti, e il programma di assistenza domiciliare IPF CARE. Due progetti sostenuti da InterMune che, insieme alle molte iniziative organizzate dalle associazioni di riferimento, mettono il paziente e la sua famiglia al centro di un approccio globale: un respiro collettivo che nasce e cresce per sostenere chi costantemente vive con la ‘fame d’aria’. Qualunque sia la loro situazione specifica è necessario che i pazienti affetti da Fibrosi Polmonare Idiopatica possano trovare una rete in grado di sostenerli dal momento della diagnosi e nel prosieguo della battaglia con questa malattia. “Le reazioni alla diagnosi sono le più varie – ha spiegato il prof. Venerino Poletti, Direttore U.O. Pneumologia Ospedale G.B. Morgagni - L. Pierantoni, nerl corso della conferenza stampa di presentazione - ognuno è diverso, e questo vale per chiunque ha una malattia, ma in questo caso dipende anche da quale prospettiva si ha: terapia, trapianto o solo cure palliative. Anche il fatto di avere una forma sporadica o familiare fa differenza. Nella forma familiare alla preoccupazione per se stesso si aggiunge quella che un figlio possa ammalarsi. Sono pazienti diversi dagli altri perché hanno già visto e vissuto la malattia da vicino”. La diagnosi è certamente il primo fondamentale passo perché il paziente possa cominciare un percorso terapeutico adeguato, soprattutto ora che è disponibile un farmaco utilizzabile se preso prima che il danno sia troppo grave. “Per una diagnosi corretta – ha spiegato il prof. Carlo Vancheri Professore Ordinario di Malattie Respiratorie dell’Università di Catania – il ‘gold standard’ è rappresentato dalla  possibilità di mettere attorno a un tavolo il clinico capace di riconoscere i sintomi del paziente, un radiologo capace di interpretare i segni sulla TAC – e non sono molti quelli capaci di farlo - ed un patologo che sappia leggere  il materiale bioptico. Sviluppare queste competenze non è facile e richiede anni. Questo spiega perché oggi siano pochi i centri che hanno tutte queste competenze insieme. Il Progetto Perfect, che ora parte a livello sperimentale coinvolgendo circa una cinquantina di centri prevede un’attività di “ consulenza” che avviene per via telematica, prevede la costituzione di una rete tra centri Esperti e non, in questo senso possiamo pensarlo come un progetto di telemedicina. Ai medici dei centri territoriali basterà  inviare le immagini radiologiche  o le foto dei preparati istologici via web,  avendo la certezza che dall’altra parte i colleghi li esamineranno in tempi brevi mandando loro delle risposte.  Il paziente ha il vantaggio di non doversi muovere né cambiare il centro a cui fa riferimento, i medici quello di poter accrescere le proprie competenze”. Prima arriva la diagnosi, più sono le opzioni di trattamento che si possono offrire ai pazienti: e proprio per aiutarli nel momento in cui entrano in terapia, è nato il secondo progetto supportato da InterMune, l’IPF CARE, un programma di assistenza domiciliare che mette a disposizione del paziente e delle famiglie infermieri formati per affrontare le difficoltà tipiche di questa patologia. “Questo progetto prevede che lo specialista, l’infermiere e la famiglia si confrontino per creare un programma personalizzato – ha spiegato il Prof. Luca Richeldi del Dipartimento per le Malattie Rare del Polmone Università di Modena -  Questo tipo di intervento è efficace solo se costruito intorno al paziente e al suo nucleo familiare. Il ruolo dell’infermiere sarà quello di interfacciarsi con il paziente e con il medico, a cui potrà riferire tempestivamente eventuali difficoltà. Non meno importante, però, è il supporto umano che il paziente e la famiglia ricevono.  “Lavorare sulle malattie rare è una scelta, ma anche una forte responsabilità – ha detto David Ponzecchi, General Manager di InterMune – Chi sceglie questa strada sa che ci sono pazienti in attesa quotidiana di una speranza; noi abbiamo il dovere, nei limiti della correttezza normativa, di dare loro delle risposte, il prima possibile. Nel nostro caso questo ha significato, nel periodo tra la registrazione di  Esbriet ®(pirfenidone) da parte dell’Agenzia Europea (EMA) e quella dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), fornire gratuitamente per oltre un anno la terapia a molti pazienti a totale nostro carico secondo una specifica tipologia di uso compassionevole, il Named Patient Program”. (A. S.)

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