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Screening salva-vita contro il tumore dei maschi

Un uomo su 6 a rischio di tumore della prostata nell’arco della vita
di Maria Rita Montebelli domenica 28 ottobre 2012

3' di lettura

  E’ il vero tallone d’Achille per la salute dei maschi, ma il cancro della prostata, se diagnosticato in fase precoce, è uno dei tumori con la più alta percentuale di guarigione. A rischio di sviluppare questa neoplasia nell’arco della vita è un uomo su sei. La buona notizia è che questo tumore è intercettabile già dalle prime fasi, attraverso esami del sangue (lo screening per il cancro della prostata è tradizionalmente affidato al test del PSA, antigene specifico della prostata) e la visita dall’urologo. Questi esami tuttavia presentano un valore predittivo limitato che rende difficile la loro interpretazione ed espone al rischio di sottovalutare il problema e quindi di portare ad una diagnosi tardiva di tumore o, al contrario di sopravvalutarlo, e quindi di sottoporre le persone ad una biopsia della prostata inutilmente. Di recente è stato introdotto nella pratica clinica, l’uso di un nuovo marcatore, il PCA3 (Prostate CAncer gene 3), che si dosa nelle urine raccolte dopo un massaggio prostatico. Questo test consente di stratificare i soggetti con sospetta neoplasia della prostata in tre gruppi: a basso, moderato e ad alto rischio. “Il PSA – spiega Paolo Gontero, Professore associato di Urologia presso l’Università di Torino – pur essendo un ottimo marcatore di tumore della prostata, può risultare aumentato anche in situazioni che nulla hanno a vedere con il tumore, come ad esempio le infezioni della prostata o l’adenoma prostatico, di riscontro comune negli ultra-50enni”. Al contrario del PSA invece, i livelli del PCA3 non sono influenzati dalle patologie ‘benigne’ della prostata. Di fronte ad un PSA aumentato, fino all’arrivo di questo nuovo test, l’urologo consigliava al paziente di sottoporsi ad una biopsia della prostata, una procedura invasiva che risulta in genere positiva (cioè conferma la presenza di un tumore) in non più del 30% dei pazienti con PSA elevato. Può capitare inoltre che, nonostante una biopsia negativa, alcuni soggetti continuino a presentare elevati valori di PSA e che di fronte a questa evenzienza, l’urologo consigli di effettuare una seconda biopsia. Con l’arrivo del test del PCA3, il ricorso alla biopsia è più mirato. In presenza di un PSA persistentemente elevato, il test del PCA3, consente di stratificare con maggior accuratezza il rischio che un paziente abbia o meno un carcinoma della prostata e permette dunque di indirizzare ad una seconda biopsia con maggior accuratezza. Più elevato è il valore del PCA3, maggiore è la probabilità di trovare una biopsia positiva, cioè la presenza del tumore. “La decisione di eseguire una seconda biopsia – afferma Francesco Porpiglia, Professore Associato di urologia presso l’Università di Torino – è legata anche a fattori quali l’età del paziente, la presenza di altri casi di tumore prostatico tra i familiari, le dimensioni della prostata e il valore del PSA. Il medico può anche decidere di astenersi dal proporre una seconda biopsia, pur in presenza di valori alterati di PCA3, limitandosi a ripetere questo test a distanza di tempo (in genere dopo 3-6 mesi) per monitorare un eventuale incremento dei valori, che a quel punto potrebbe portare a richiedere la seconda biopsia in maniera più mirata”. (STEFANIA BELLI)  

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