Chi decide cosa significa essere belli? Per decenni, media e industria della moda hanno avuto un ruolo centrale nella definizione degli standard estetici, proponendo ideali corporei spesso irrealistici e aspirazionali. Secondo uno studio pubblicato su PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences), questi modelli hanno avuto effetti misurabili sull’insoddisfazione corporea e, nei casi più estremi, sui disturbi alimentari. La ricerca evidenzia come l’esposizione continua a immagini idealizzate favorisca il confronto sociale e l’oggettivazione del corpo, contribuendo a un aumento del disagio psicologico e dei comportamenti alimentari disfunzionali. Gli standard estetici, quindi, non sono solo una questione culturale, ma incidono direttamente sulla salute e sulla percezione di sé.
Lo studio analizza un enorme dataset composto da circa 793.000 record relativi a pubblicità, copertine di riviste, editoriali e sfilate di moda nell’arco di 25 anni (2000–2024). L’obiettivo è comprendere come siano cambiati gli standard di bellezza nel tempo. I risultati mostrano un apparente progresso: la rappresentazione è diventata più diversificata sia dal punto di vista delle corporature sia dell’origine etnica. Sono aumentati i modelli non bianchi e si è ampliata la gamma delle taglie rappresentate. Secondo l’analisi, mentre la diversità visibile cresce, il “modello aspirazionale” cioè il tipo di corpo proposto come ideale rimane sostanzialmente stabile. La figura media del modello non cambia nel tempo, e continua a essere fortemente orientata verso la magrezza. L’inclusione dei cosiddetti “plus size” avviene soprattutto nella parte estrema della distribuzione: vengono aggiunti alcuni casi eccezionali, ma senza modificare lo standard centrale. In altre parole, la diversità aumenta ai margini, non nel cuore del sistema.
Un altro elemento chiave evidenziato dallo studio riguarda la cosiddetta “diversità simbolica”. I modelli non bianchi, ad esempio, risultano spesso sovrarappresentati tra le categorie di corpi più distanti dall’ideale dominante. Questo suggerisce che l’industria possa concentrare più forme di diversità sugli stessi individui, senza però ampliare realmente l’inclusione strutturale. Inoltre, anche all’interno del sistema moda, la snellezza continua a essere premiata nei livelli più prestigiosi, indicando una gerarchia ancora fortemente radicata. Secondo lo studio pubblicato su PNAS, i media non si limitano a rappresentare la realtà, ma contribuiscono attivamente a costruire ciò che viene percepito come desiderabile. Attraverso esposizione ripetuta a corpi idealizzati, si rafforzano stereotipi estetici che influenzano il gusto collettivo, la percezione sociale e perfino le opportunità economiche. Questi meccanismi contribuiscono a mantenere standard ristretti, che si riflettono sia nella cultura visiva sia nelle pratiche di selezione del settore. In conclusione, la ricerca mostra un quadro complesso: la rappresentazione mediatica è aumentata in termini di diversità, ma gli standard di bellezza dominanti restano sorprendentemente stabili. Il cambiamento, più che strutturale, appare selettivo e parziale. La conclusione degli autori è chiara: per modificare davvero gli ideali estetici non basta aumentare la visibilità, ma è necessario intervenire sulle regole profonde che definiscono chi viene considerato “aspirazionale”.