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Luciana Littizzetto, il clamoroso plagio: a Che tempo che fa si fa fuori da sola

di Davide Locano domenica 10 giugno 2018

3' di lettura

Che non facesse ridere era cosa risaputa ormai da tempo. Ma che cercasse di far ridere riprendendo battute altrui senza citarle è prassi recente, che conferma semmai il declino costante della sua comicità. Due giorni fa Luciana Littizzetto, intervenendo come ogni domenica a Che tempo che fa di Fabio Fazio, si è cimentata in alcuni motti di spirito contro il governo Conte e i suoi protagonisti. Per carità, dovere della satira farlo, sbeffeggiando il potere con l'ironia, all’insegna del castigat ridendo mores. Per fare satira vera e seria, tuttavia, bisognerebbe trovare espressioni, giochi di parole, calembour non già detti o visti, perlomeno non di dominio pubblico su quel mare magnum chiamato «la rete». Quando Lucianina sfotte il portavoce del Movimento 5 Stelle, ad esempio, dovrebbe ricordarsi che la battuta «Rocco Casalino dal GF al G7» spopolava già da giorni su Twitter. Pensare che la Littizzetto abbia avuto la stessa intuizione senza aver letto nulla a riguardo pare piuttosto inverosimile. Leggi anche: Balle e insulti contro il leghista: l'ultima vergogna della Littizzetto Semplicemente Lucianina avrebbe fatto bene ad aggiungere cit. alla battuta, a richiamare la fonte in nota, come ci insegnano dai tempi dell’università.Non è l'unico inciampo - non diciamo plagio perché, ahinoi, nel mondo dei social il copyright resta questo sconosciuto - in cui è cascata la Lity. Nello stesso monologo la comica ha punzecchiato il ministro Fontana, nell’occhio del ciclone per la sua frase sulle famiglie arcobaleno che «non esistono». La frase della Littizzetto («Non ho niente contro Fontana. Ho tanti amici Fontana») è molto simile al tweet comparso il giorno prima di un tale @giulliare: «Non ho niente contro Fontana semplicemente perché non esiste». Mera coincidenza? Mah! Beninteso, come diceva Borges, ogni arte «è un sistema di citazioni». Ma, senza ammettere la citazione, l’arte smette di essere tale. Una ripresa di idee vecchissime, presentate come discorsi innovativi, anima d’altronde anche il discorso di Roberto Saviano, che si abbandona sempre da Fazio a una filippica di quasi venti minuti, estenuante anche per il popolo dei salotti buoni. Il punto forte del suo discorso è la nuova contrapposizione tra popolo ed élite. Sembra un fenomeno rivoluzionario, un segno dei nostri tempi indicato da Salvini, quando invece è una dicotomia affrontata - ci permettiamo di dire, in maniera molto più approfondita di Saviano - già da Vilfredo Pareto a inizio Novecento e analizzata dagli autori anti-giacobini all’'indomani della Rivoluzione Francese. Nulla di nuovo sotto il cielo, insomma... Anche quando Saviano si dedica a un attacco contro Trump, colpevole di essere artefatto, non autentico nel suo eloquio, non si rende conto che la stessa presunta spontaneità del suo discorso è costruita: non appena Saviano cita Malaparte, facendo il suo nome quasi a casaccio, guarda un po’ dalla regia subito mandano sul maxi-schermo l’immagine dello scrittore. Ma no, figuratevi, il riferimento all’autore di Sodoma e Gomorra (da non confondere con Gomorra) non era mica preparato... L’unico momento in cui Saviano è davvero genuino è quando ripete allo sfinimento il suo predicozzo sulle ong che salvano le vite in mare e si erge a campione del buonismo radical-chic o, meglio, radical-élite. Quello è marchio di fabbrica e non si può mica imitare. E noi ci guardiamo bene dal farlo. di Gianluca Veneziani

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