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Marcello Veneziani contro Gianfranco Fini: "Ha venduto destra e patria, si è fatto usare come ascensore sociale da Tulliani"

di Andrea Tempestini domenica 12 novembre 2017

2' di lettura

"In principio fu Giorgio Almirante, alla fine fu Giancarlo Tulliani. L'anello di congiunzione tra i due estremi fu Gianfranco Fini". Esordisce così Marcello Veneziani in un commento su Il Tempo tutto dedicato a Fini, appunto, e alla "parabola ingloriosa della destra in Italia dopo quasi mezzo secolo di onorata opposizione e quasi un ventenno di meno onorato potere. Il primo periodo si riassume con la sigla Msi, il secondo con la sigla An". Secondo Veneziani, "è quello il ventennio nero di cui la destra postfascista deve vergognarsi". Il giornalista, però, poi si chiede: "Ma che c'entra la destra con Tulliani?". Buona domanda: "Cosa c'entra la destra con Dubai, la Cafon Valley dell'Islam globale?". Tulliani, sottolinea, "non è figlio della destra, ma è semplicemente cognato". Di Fini, ovviamente. E dunque, viene ripercorsa l'intera parabola di Fini, da che liquidò il Msi e fino a quando divenne idolo di La Repubblica. Poi, ovviamente, la famiglia Tulliani e la casa di Montecarlo. Gli strani giri di soldi e le slot machines. Dunque, Veneziani si ripete: "Torno alla domanda di partenza: ma che c'entra Tulliani con la destra? Ne ho conosciuti tanti - proprio tanti - giovani di destra che all'età di Tulliani, ma anche molto prima, avevano dato l'anima, e qualcuno pure la vita, per le idee, le passioni, le illusioni, chiamatele come preferite, che in breve definiamo di destra". E ancora: "Certo, negli ultimi anni il paesaggio della destra era cambiato, e qualcuno alla Tulliani si vedeva anche a destra; magari in veste di assessore, di candidato, di deputato". Ma secondo Veneziani, "Giancarlo Tulliani però non ha avuto bisogno nemmeno di fingersi di destra, di accaparrarsi un buon collegio o qualche assessorato per avere i soldi, la Ferrari, la Casa a Montecarlo della Fondazione An, i lussi e le bonazze, per pretendere favori di ogni tipo nel nome del suo Cognato. No - rimarca Veneziani - si è limitato a starci accanto, a telefonare e parlare in sua vece e il resto è venuto liscio, col sorriso benedicente del suo cognato. Fini è stato il suo ascensore sociale per passare di colpo da poveraccio a principino, per diventare il berulschno de' noantri". Dunque, la durissima conclusione: A Gianfrà che me serve... E Gianfrà barattò la destra e la patria per il bene supremo dei tulliani".

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