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Sanremo 2026, con Ermal Meta torna "TeleGaza": le indiscrezioni

di Francesco Storace martedì 10 febbraio 2026

3' di lettura

Ma sì, trasformiamolo in un Porta a Porta cantato, magari a senso unico. Ci sono artisti che pensano di poter fare come gli pare- grazie alla generosità di mamma Rai - e quindi salgono sul palco di Sanremo per lanciare i soliti messaggi politici. Quelli preferiti da loro, of course. Approfittano del festival della canzone italiana per scatenare le solite polemiche. E nemmeno tentano di toccarla piano, visto che i conflitti come quello in Medio Oriente sono ancora sotto una tregua apparente. Eccitare gli animi è la cosa più imprudente che si possa fare.

Ma come si sa, i campioni di Telegaza non tramontano mai, perché servono a mantenere alti i decibel dei pro-Pal, anche in tempi di magra per le manifestazioni dei loro aficionados. Comunque, chi scende in piazza ha sempre il suo bel daffare e dopo Ghali e i Giochi Olimpici a provocare casino tocca a lui, Ermal Meta, con la sua “Stella stellina”. Che, per carità, non può certo essere messa nel frullatore della polemica, il politicamente corretto ci sbranerebbe, ma è impossibile non vedere la voglia di scontro, almeno verbale (e per fortuna). L’autore ha messo in musica la storia di una bambina palestinese che non ha volutamente un nome, diventando così, nell’immaginario di Ermal Meta, la rappresentazione di tutti i bambini innocenti colpiti dalla violenza. Lo ha deciso lui, anche se si è scordato i bambini iraniani o i piccoli ebrei che pure molte volte hanno pagato col sangue l’odio del nemico.

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Del resto, anche lui capisce di averla fatta grossa e mette le mani avanti, tentando da negare la mossa politica: «È una canzone umana. È una canzone che prende come riferimento non la politica, ma la brutalità dell’essere umano. E racconta di un essere estremamente fragile, come può essere una bambina, va oltre la politica. La politica è il servizio dell’uomo. Non è l’uomo il servizio della politica. Quindi definire una canzone politica è come farle un torto, è ridurla. Invece va ampliata». Chissà a chi vuole farla credere.

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Anche lui vorrà godere delle polemiche che inevitabilmente partiranno e questo servirà semplicemente ad accrescere la notorietà personale e la cassetta della canzone. Anche se conversando con chi lo ascolta, poi la spara grossa. Alla domanda se teme le critiche per i riferimenti alla guerra in Medio Oriente, Ermal Meta va giù dritto: «Intanto non si tratta di una guerra perché non ci sono due eserciti che si affrontano. Poi un cantautore ha il compito di raccontare quello che sente senza filtrarlo. Quando io mi espongo sono pronto a qualsiasi cosa per difendere quello in cui credo». In pratica, con la solita teoria dei due eserciti che non ci sono è come se sparisse d’incanto il massacro del 7 ottobre. Complimenti. È davvero un peccato che tutto debba essere ridotto a canzonetta. Perché non c’è nessuno che non abbia pianto per quel che succede da troppo tempo in Palestina, ma è grave che si dimentichi quel che accade dall’altra parte. E questo prendere posizione unilateralmente, sciupa inevitabilmente la qualità del messaggio: più musica e meno politica, ma sembra davvero impossibile.

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