Netflix “addomestica” Harry Hole e lo fa uscire, sotto forma di serie, addirittura nel bel mezzo della Settimana Santa in un giovedì che, dopo l’Ultima Cena, può completarsi con le nuove avventure del detective norvegese nato dalla penna di Jo Nesbø. La serienove episodi ambientati in una Oslo insolitamente calda- segue il poliziotto più maledetto del Nordic noir: geniale, autodistruttivo, alcolista, con il talento di infilarsi nei guai e un’ossessione per la verità che rasenta l’autolesionismo.
Un serial killer lascia dietro di sé corpi mutilati, mentre l’ispettore deve fare i conti con il collega corrotto Tom Waaler e con i propri demoni interiori. Sulla carta, tutto funziona: doppia indagine, tensione morale, rivalità tra poliziotti e quel mix di violenza e psicologia che ha reso celebre la saga. Ma sullo schermo qualcosa si perde. L’adattamento firmato anche dallo stesso Nesbø è «solido ma prevedibile capace di intrattenere senza mai sorprendere davvero» dicono alcuni critici che hanno visto la serie in anteprima. Chiaro l’obiettivo di Netflix: confezionare un prodotto pulito, ordinato, adatto a una platea più ampia dei soli appassionati del genere e del particolare personaggio.
Per questo spariscono le atmosfere sporche e disturbanti dei romanzi, quel gelo esistenziale che faceva di Harry Hole un antieroe unico. Al suo posto resta un crime ben fatto, scorrevole, perfetto per il binge watching, ma lontano dall’anima cupa e irregolare dell’originale. Anche la Oslo riprodotta somiglia meno all’abisso nordico dei romanzi. Il protagonista, interpretato da Tobias Santelmann, centra e al tempo stesso paga dazio all’eccesso di “normalità” rispetto alla complessità brutale del personaggio. Da questo corpus di elementi emerge una serie fruibile, che tiene incollati, ma che difficilmente resterà enigmatica e indimenticabile come il personaggio che vorrebbe riproporre.