È un Piero Chiambretti senza frizzi e lazzi, nani e ballerine, ma essenziale, quello di Fin che la barca va, programma quotidiano di Raitre (ore 20.15) di Chiambretti e Roberto Ebale scritto con Tiberio Fusco, giunto alla quarta edizione con ascolti sempre più solidi. È l’unico programma galleggiante della tv, su un battello attraverso il fiume Tevere, metafora dei nostri tempi instabili.
Come sta?
«Potrebbe andare peggio. Il presente intimorisce, ma come dice Giulio Cesare “non dobbiamo avere paura della paura”».
Soddisfatto di come sta navigando Fin che la barca va?
«Un artista non può mai essere soddisfatto, ma sono comunque contento del programma. I numeri, sia alti che bassi, non dicono nulla del prodotto. Nonostante una programmazione breve, un mese e mezzo, la trasmissione funziona, siamo alla quarta edizione. Ormai i palinsesti sono come dei garage in cui ognuno mette la propria auto».
Quest’anno - o sbaglio - è più profondo, spirituale, forse per la presenza di diverse personalità religiose nel suo programma come ad esempio Don Ciotti?
«Non saprei. Il contesto è il fiume che scorre, la precarietà, il fatto che, come diceva Eraclito, nei fiumi non ti bagni mai con la stessa acqua. Fin che la barca va vuol dire stare sul filo delle difficoltà. Offriamo momenti di riflessione. Lo definirei un programma politico, che tratta la politica in modo brillante e laterale».
Gli ospiti sono il cuore di ogni programma. In questi giorni ha avuto Di Maio, Gualtieri, Bonaccini, Gentiloni, il direttore Famiglia Cristiana Stefano Stimamiglio.
«A volte gli ospiti con i nomi meno altisonanti sorprendono. Don Ciotti, che lei ha citato, porta fede e contenuti».
Da esponente degli anni d’oro di Raitre, in cui fece pezzi della televisione come Il Portalettere, è vero che Raitre non ha più identità?
«Per noi della vecchia Raitre di Angelo Guglielmi sono rimasti solo pochi dei programmi storici. Oggi non ci sono più le reti ma ci sono i generi. Però io sono tornato nonostante lo smantellamento generale, quindi qualcosa vuol dire».
Ci dica la sua sulla telenovela Ranucci-Report-Lavitola.
«Penso che dovesse succedere, non poteva non succedere. C’è un’operazione a raggiera. Come dice Travaglio, sicuramente Ranucci ha dei problemi ma il programma era il problema. Il bersaglio è il programma, che aveva molti nemici. Un professionista che lavora nel servizio pubblico in un ruolo così importante deve fare attenzione a cosa fa».
Durerà ancora molto, dicono.
«Ci sono talmente tanti colpi di scena che al confronto un film di Hitchcock sembra Topolino».
Facciamo un passo indietro. A febbraio saranno 30 anni dal suo indimenticabile Festival di Sanremo con Mike Bongiorno in cui lei si appese in aria come fosse un angelo. Le piacerebbe che Stefano De Martino omaggiasse questo anniversario?
«Se qualcuno di quella stagione andrebbe omaggiato è sicuramente Mike Bongiorno. È stato il primo Sanremo del dopo Pippo Baudo, con il quale peraltro anni dopo feci un’altra kermesse. All’epoca si potevano fare altri Festival. Erano molto diversi, ogni periodo ha i suoi. Allora, nel ‘97, Sanremo era in mano alla Rai che decideva tutto, ora il pacchetto si divide e si prepara già un anno prima».
Non trova che ormai sia totalmente in mano ai numeri degli streaming, Spotify, ecc?
«C’è ancora uno zoccolo duro che guardano il Festival a prescindere. Poi è arrivato un gruppo di giovani, che prima fruiva solo del web, Spotify ecc. E non ne parlo necessariamente male, ci sono cose buone».
Sua figlia 15enne è tra coloro che non guarda abitualmente la tv?
«Siamo nella fase della trasformazione da bambina a donna indipendente, sempre con il telefono in mano, un oggetto che ha sostituito i valori e persino noi genitori. Oggi ci sono gli influencer, che hanno sostituito pure la scuola».
Influencer di cosa?
«Vestiti, cibo, trucco, atteggiamenti, linguaggio. Il web è una specie di seconda scuola. Tutti mi dicono: passerà. Ok, passerà, ma quando? Io tra dieci anni magari sono tra le nuvole».
E lei come si sente rispetto a questo?
«Tranquillo, rassegnato».
Carl Jung diceva che fare il genitore è un mestiere impossibile (come pure l’insegnante e lo psicologo).
«E quindi che facciamo? Comunque pure noi, da giovani, avevamo certe fisse: l’Interrail, per esempio. L’ho fatto e non ho visto niente, sono andato solo per avere i timbrini. Ci facevamo i capelloni, avevamo Carnaby Street».
Qualche governo vieta i social ai minori di 13 o 15 anni, ma queste misure poi falliscono. Cosa ne pensa?
«Sopprimere la libertà è rischioso: più sopprimi più uno ha voglia di quella cosa. La libertà totale è sbagliata. Un tempo si mettevano i bambini in castigo. Se oggi facesse questo, il genitore rischia gli assistenti sociali... Serve tanta fortuna».