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"Sognando Maldini" e anche la fuga dal povero Senegal: i libri di Russia 2018

di Davide Locano domenica 24 giugno 2018

2' di lettura

Visto da lontano, il nostro Paese è uno Stivale dei sogni, una scarpetta da calcio capace, da sola, di trasformarti in campione. E l’Europa tutta, agli occhi di un bimbo africano, appare come un enorme e glorioso campo di pallone, anziché come un potenziale campo profughi. Adottando quello sguardo, la scrittrice Fatou Diome, nata e cresciuta in Senegal - oggi all’esordio contro la Polonia - in Sognando Maldini (Edizioni Lavoro, pp. 176, euro 11) racconta i desideri di un bambino del suo Paese, Madické, che si appassiona al calcio assistendo in tv alla semifinale degli Azzurri contro l’Olanda all’Europeo 2000, quella in cui «Toldo decollò come se avesse le ali» e parò tre rigori. Dal suo sperduto villaggio, Madické inizia così a vagheggiare un viaggio in Italia per diventare, un giorno, come il suo idolo, Paolo Maldini. E chiama sua sorella maggiore, Salie, da tempo trasferitasi in Francia: lei tuttavia gli descrive una realtà molto diversa, in cui immigrazione non fa rima con integrazione né con affermazione nello sport; ma si abbina piuttosto a povertà, emarginazione e condizioni di vita a tratti peggiori rispetto al Paese d’origine. Lei è la voce della realtà che contrasta quella del desiderio; la coscienza adulta che si oppone all’Inconscio infantile; l’immagine della disillusione di chi è già emigrato, opposta alla speranza di chi migra o intende farlo. Da un lato, il romanzo racconta la forza di uno sport in grado di superare i limiti anagrafici, geografici, economici ed etnici e di arrivare a tutti, presentandosi come lingua universale. Dall’altro, rileva le differenze incolmabili: mostra i limiti di un continente, quello europeo, molto meno idilliaco, ricco e accogliente di quanto non facciano pensare sport come il calcio; e mette anche in luce i limiti di società, come quelle africane, che non riescono a soddisfare i bisogni e neppure ad alimentare i sogni degli individui, prospettando come unica forma di realizzazione personale la via della fuga. Matura qui lo scarto tra realtà e utopia: tutti da bambini vogliono fare i calciatori e poi si ritrovano a fare i ragionieri; tutti vogliono andare in Europa ma a volte è meglio rimanere con i piedi (scalzi) per terra, nel proprio Paese. di Gianluca Veneziani

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