Billy Costacurta parla come ha sempre giocato: diretto, essenziale, senza fronzoli. Lo fa in una lunga intervista rilasciata al Corriere dello Sport, in cui ripercorre carriera, maestri e calcio contemporaneo con la lucidità di chi non ha bisogno di proteggere il proprio passato. I numeri, del resto, parlano per lui: 663 presenze con il Milan, terzo nella storia rossonera. "Hai detto niente? È un dato che mi lusinga. Sono dietro a icone come Paolo e Franco", dice, ricordando però anche "seicento e passa partite nonostante i miei limiti".
Limiti che Costacurta non nasconde: "Di testa non ero forte e avevo il pe’ nde ghisa, il piede di ferro. Però ero veloce e sapevo leggere le situazioni". Determinanti gli incontri con Sacchi e Capello. Di Arrigo racconta: "Mi ha insegnato a stare in campo. All’inizio mi sembrava tutto troppo rigido, quasi fiscale". Capello invece "ha lavorato sulla mentalità, sulla costanza".
Quando si parla di grandi allenatori, Billy non ha dubbi: "Carlo. Carlo Ancelotti e poi Pep i più grandi. Subito dietro Cruijff. E Arrigo: Sacchi ha provocato un terremoto, è stato il Rinascimento del calcio". Allegri resta fuori dal podio ma viene promosso: "Max conosce perfettamente il calcio, sa come uscire da ogni situazione".
Sul Milan di oggi frena: "Secondo me no, non è da scudetto. Ha la coperta corta". E su Leao è durissimo, senza attenuanti: "Non sono un estimatore di lui, non lo sono dalla prima ora". Poi affonda: "Leao è enigmatico. Non ho mai capito se le cose che fa siano fini a se stesse. È uno showman". E aggiunge il concetto chiave: "Nel calcio la bellezza deve risultare efficace". Tradotto: talento senza continuità non basta. "Non è più un ragazzino, a giugno ne farà ventisette". Tra le note positive, Chivu: "È intelligente, camaleontico, mi intriga". Il calcio, per Costacurta, resta una questione di dettagli, studio e responsabilità. Tutto il resto è spettacolo.