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Sinner e Djokovic, amici mai: cosa non è andato giù a Jannik

di Carlo Galati venerdì 30 gennaio 2026

3' di lettura

Ci sono rivalità che non hanno bisogno di casse di risonanza; vivono di sguardi che non cercano complicità, di strette di mano corrette ma mai calde, di dichiarazioni che sembrano diplomatiche e invece lasciano sempre una scia sottile di tensione. È il duello tra Jannik Sinner e Novak Djokovic (ore 9.30, diretta in chiaro su Nove), una sfida che racconta molto più di un semplice confronto generazionale: racconta il passaggio di potere, o almeno il tentativo di impedirlo.

All’inizio era tutto semplice. Djokovic dominava, Sinner inseguiva. Il serbo era il numero uno, il riferimento assoluto, l’uomo da cui imparare. Oggi lo scenario è cambiato, e forse è proprio questo a rendere il rapporto instabile. Sinner ha ribaltato le gerarchie, battendo Djokovic nei momenti che contano davvero: il primo turning point la finale di coppa Davis vinta da Sinner dopo aver annullato tre match point. Poi gli incontri più recenti al Roland Garros e Wimbledon dello scorso anno. Vittorie che pesano, perché arrivano nei luoghi che nel tennis contano. Ai margini del campo, però, il linguaggio resta sempre misurato. Djokovic in passato non ha mai lesinato commenti sul caso Clostebol: «Penso che non l’abbia fatto apposta, ma ovviamente è responsabile. Quando è successo, sono rimasto sinceramente scioccato. Credo che non l’abbia fatto di proposito. Ma il modo in cui è stato gestito l’intero caso è pieno di campanelli d’allarme».

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POLEMICHE

Parole dirette al cuore della vicenda. Dall’altra parte, Sinner - solitamente impermeabile alle polemiche- ha lasciato filtrare qualcosa di diverso a Wimbledon lo scorso anno: «A volte si perde e bisogna accettarlo».

Djokovic vede in Sinner non solo un avversario tecnico, ma l’erede che sta offuscando la sua leggenda. E forse fatica ad ammetterlo. Eppure, pubblicamente, ha più volte raccontato l’influenza avuta sul giovane italiano, ricordando il primo palleggio insieme: «Aveva 13 o 14 anni e già spaccava la palla». Dietro i ricordi, però, regna la freddezza. Nessuna confidenza negli spogliatoi, nessun post condiviso, pochi scambi nei corridoi. Secondo alcuni insider, la crepa si sarebbe aperta a Monte Carlo nel 2023, durante un allenamento finito con parole dure: Sinner troppo aggressivo, poco rispettoso dei turni. Da allora, il clima non è tornato disteso.

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AUTENTICO

Eppure, quando Jannik parla di Novak, lo fa ancora con rispetto autentico, proprio qui a Melbourne: «È sempre molto difficile affrontarlo. È una delle sfide più grandi del nostro sport. Negli Slam contro di lui è sempre complicato». E aggiunge: «È l’atleta più professionale che abbiamo nello spogliatoio. Io, a 24 anni, sono fortunato ad averlo davanti e a poter imparare qualcosa ogni volta». La fortuna ci ha messo la sua mano con l’infortunio di Lorenzo Musetti, ma il campo ha sancito l’undicesimo capitolo di questa storia come penultimo atto del primo Slam stagionale. All’Australian Open, Sinner (testa di serie numero due) sfida Djokovic (numero quattro) in una rivalità che ha cambiato inerzia. Il bilancio dice 6-4 per l’azzurro, ma racconta due epoche diverse: le prime quattro vittorie serbe, poi la svolta di Malaga, Coppa Davis 2023. Da lì, Sinner ha concesso un solo set nei successivi cinque incroci.

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Uno gioca anche per lasciare un messaggio al mondo, l’altro per battere l’avversario e andare oltre. Sinner e Djokovic probabilmente non saranno mai amici. Troppo diversi, troppo competitivi. Ma forse è proprio questa tensione silenziosa a rendere i loro match un confronto di stile. Non solo in campo.

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