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Milano-Cortina, care femministe: giù le mani dai successi delle azzurre

Ecco, questa cosa dell’atleta supermamma, in riferimento a Francesca Lollobrigida e al suo esuberante figlioletto, ha rotto le scatole
di Annalisa Terranova martedì 17 febbraio 2026

3' di lettura

Ecco, questa cosa dell’atleta supermamma, in riferimento a Francesca Lollobrigida e al suo esuberante figlioletto, ha rotto le scatole. Non per Francesca, non per il suo simpatico pargoletto, ma per l’ideologia traboccante, debordante, fastidiosa, che è scaturita da quelle immagini. In omaggio a un femminismo didascalico e anacronistico si è scritto e detto che l’atleta va separata dalla sua maternità. Si è arrivati a sostenere che se Francesca Lollobrigida è stata criticata, ciò è avvenuto perché l’eroismo sportivo è stato fino a oggi modellato su campioni maschi. Qualcuno ha pure rispolverato il fascismo che proibiva alle donne gli allenamenti perché le voleva tutte mamme obbedienti al patriarcato.

Strano: eppure era lo stesso fascismo che fondò nel 1932 l’Accademia femminile nazionale di Educazione fisica a Orvieto.
Sia come sia, in assenza di un’atleta affetta da iperandrogenismo sulla quale disquisire per invocare inclusione e fluidità (chi si ricorda di Imane Khelif?) il gap di genere è stato individuato nella maternità esibita. Perché le sportive non possono essere viste solo come tali senza ulteriori specificazioni? Figuriamoci poi questa fastidiosa appendice, l’essere madre, così in controtendenza rispetto a un mondo fatto di somme di solitudini dove nessuna deve sentire il bisogno di ampliare la prospettiva e di usare il suo potere di generare... Non sarebbe inclusivo, non sarebbe solidale, non sarebbe in linea con l’idea dell’autorealizzazione di sé.

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Poi c’è Concita De Gregorio che è andata anche oltre e bacchetta tutti, con un piglio mesto e insieme rancoroso: ma come parlate di queste atlete? Male, malissimo ovvio. Sono ora mogli, ora fidanzate, ora single, ora mamme. Ve lo spiega lei, dunque, come si parla delle donne perché i commentatori non stanno facendo una gran figura. La sua funzione di supplenza le pesa, però, perché se ci fosse la scuola (leggi l’ora di educazione all’affettività) le parole sulle donne sarebbero ben diverse, più centrate, più focalizzate. Invece: che disastro. C’è infine quel tocco di rivendicazionismo che rende il tutto ancor più pesante, ancora più indigesto: «Abodi il ministro e Malagò il presidente incassano applausi grazie ai successi della mammina due volte oro col figlio scostumato».

Insomma è l’odioso patriarcato che si mette i lustrini grazie alle campionesse di cui non si parla in modo acconcio.
Ma poi come si dovrebbe parlare di queste donne speciali mica lo scrive, ci fa solo sapere che sono speciali perché in dieci mesi recuperano lesioni gravissime mentre i calciatori maschi «agonizzano per un urto in campo come se li avessero squartati». Capito? Le donne reagiscono al dolore in modo diverso. Ma lo si sa da secoli. Devono partorire, infatti. Ma questa diversità, ammonisce De Gregorio, è «culturale, non genetica». Non sia mai che si faccia riferimento a attitudini naturali di una donna visto che l’identità biologica è cosa superata, patriarcale anch’essa.

Ora, sarà che noi ignoranti non sappiamo come si parla delle donne campionesse, ma ci sembra che non vi sia differenza tra maschi e femmine nella dedizione, nello spirito di sacrificio, nella voglia di primeggiare, nella dignità con cui ci si rialza dopo una sconfitta o si ricomincia dopo una vittoria guardando avanti. Caratteristiche di uomini e donne impegnati nelle Olimpiadi di Milano-Cortina, al di là e al di sopra anche di ogni sofisma pseudo-femminista. Le donne ci sono, sul podio e in gara, e si prendono gli applausi di tutti gli italiani. Voler vedere dietro le quinte una sorta di maschilismo in agguato è esercizio francamente inutile, al limite della noia.

Anche perché semmai a subire stereotipi di genere è stato il marito di Francesca Lollobrigida, Matteo Angeletti, etichettato come mammo in una intervista su La Stampa. «Nessuno ha mai provato ad appiccicarle addosso lo stereotipo di “mammo”?». Risposta: «Non mi è mai capitato. Ma qualora dovesse succedere, non mi interesserebbe: io passo molto volentieri il tempo con mio figlio». Appunto: a volte gli stereotipi stanno solo in testa a chi li vorrebbe combattere.

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