L’ultimo atto dei Giochi Olimpici non poteva che essere questo: Stati Uniti-Canada finale maschile di hockey sul ghiaccio. Un match capace di trascendere l’identità sportiva, come spesso accade durante i Giochi, attraversando identità e geopolitica, perché ogni volta che queste due nazioni si trovano di fronte sul ghiaccio la partita smette di essere solo una questione tecnica e diventa racconto, appartenenza, storia.
All’Arena Santa Giulia si è percepito tutto: cori, tensione e la sensazione diffusa di assistere all’evento più atteso dell’intera rassegna. Ha vinto Team Usa (2-1), al termine di una sfida durissima, come da pronostico. Il Canada, che dell’hockey fa da sempre una bandiera nazionale, nove ori olimpici, era arrivato a Milano con l’idea di ribadire la propria supremazia. Gli americani, invece, hanno imposto sul ghiaccio la loro crescita, memori dell’ultima sconfitta al Four Nations con i canadesi.
Finché resta confinata allo sport, è una rivalità che eleva il livello e racconta due mondi vicini, ma non troppo. Sono passati così 46 anni dall’ultimo trionfo olimpico, degli Stati Uniti che conquistano così il loro terzo oro olimpico. Il bilancio storico, come scritto, resta favorevole agli acerrimi rivali, ma l’oro di Milano pesa, eccome.
La finale è stata una battaglia vera, fisica e tecnica, intensa senza passare dalle risse tipiche made in Nhl; solo qualche scambio di vedute. Ci sta. A decidere tutto, dopo appena 1’41”di overtime, è stato il 24enne Jack Hughes, centro dei New Jersey Devils, firma sull’azione che vale il titolo olimpico.
Il suo nome entra nella memoria collettiva americana. Milano spegne le luci sui Giochi, gli Stati Uniti accendono la festa: Hughes è già l’eroe di una nazione, atteso alla Casa Bianca e consegnato alla storia a stelle e strisce. Festeggia anche The Donald, che avrebbe voluto esserci. Se solo non fosse per i dazi, l’Iran...