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Azzurri, che pena: prima della Bosnia chiedevano soldi

Calciatori senza amor di patria: oltre al danno del flop, la beffa
di Corrado Oconedomenica 5 aprile 2026
 Azzurri, che pena: prima della Bosnia chiedevano soldi

3' di lettura

Dio si nasconde nei dettagli, diceva Goethe. Il quale, con queste parole, sottintendeva che qualcosa che a tutta prima sembrerebbe secondario serve a far comprendere l’accaduto molto più di diecimila analisi convenzionali. Giustamente in queste ore si sprecano le riflessioni su ciò che è mancato tecnicamente alla Nazionale italiana di calcio e che l’ha fatta soccombere con la Bosnia togliendole l’ultima possibilità di partecipare ai Mondiali. Essendo poi la terza volta consecutiva che ciò accade a quella che ancora oggi resta una delle nazioni che ha vinto più mondiali, le analisi si sono slargate fino a toccare aspetti relativi ai vivai, alle politiche adottate, alla presenza di troppi stranieri nelle fila dei più importanti club nazionali. Tutto molto interessante, ma la verità forse più convincente si trova proprio in un dettaglio, in un episodio accaduto poco prima della sfida di martedì scorso al Bilino Polje di Zenica. Da quanto si è appreso ieri, un gruppo di calciatori azzurri è andato dallo staff tecnico della nazionale a chiedere, a nome di tutti, un premio partita per complessivi 300mila euro in caso di qualificazione. A far notare l’inopportunità della richiesta, soprattutto in quanto fatta in quel momento, con l’Italia intera trepidante per il buon esito della partita, sembra sia stato proprio Rino Gattuso, il commissario tecnico, che ha cercato d far capire ai giocatori quanto grande fosse la responsabilità che portavano in groppa e come ogni altro aspetto andasse considerato eventualmente solo a qualificazione ottenuta. L’episodio racconta bene sia lo spirito con cui i giocatori selezionati sono scesi in campo, non solo in questa partita ma anche nelle precedenti e non esaltanti occasioni, sia la dubbia caratura morale dei loro comportamenti. Viziati da club che li strapagano, questi calciatori ormai ragionano in termini meramente economici, non tenendo in alcun conto di valori immateriali come il dovere, la responsabilità, il rispetto, non solo dei propri fan e tifosi ma, nel caso della nazionale, di un intero Paese. In loro manca assolutamente quell’amore per la Patria che è il sentimento su cui solamente i popoli e le nazioni possono costruire qualcosa di solido e duraturo, che completa ogni individuo dandogli il senso « dell’appartenenza a una comunità di destino senza la quale egli sarebbe solo un atomo insignificante sparso in un mondo infinito. È un atteggiamento masochistico perché l’individualismo trasformatosi in egotismo finisce a lungo andare per riverberarsi sull’individuo stesso, sulla sua intrinseca necessità di essere riconosciuto e apprezzato dagli altri nella propria identità.

L’impressione è che i calciatori italiani siano stati coccolati e viziati economicamente, giustificati in ogni loro magagna o capriccio, dai club di appartenenza. Essi hanno così perso quel sano spirito competitivo, quella voglia di emergere odi coltivare l’onore e la gloria, quell’attaccamento alla bandiera, che ci ha portati in passato a raggiungere i massimi traguardi (che non a caso oggi raggiungiamo con più facilità negli sport cosiddetti “poveri”). Insomma, tanti “signorini soddisfatti”, per dirla con Ortega y Gasset, incapaci di guardare oltre il proprio asfittico particulare.

La Bosnia, per tradizione ed espansione, è un Paese che anche calcisticamente non può essere paragonato al nostro. Ma probabilmente nei calciatori della loro nazionale, sicuramente meno pagati, certi sentimenti e la volontà di donarsi fino all’ultimo e tutti interi agli obiettivi, sopravvive ancora. «Siate affamati» implorava Steve Jobs agli ascoltatori di una celebre conferenza tenuta a Stanford nel 2005, così spiegando loro quale fosse stato il motore e l’energia ultima del suo successo, che lo aveva portato da un dismesso garage di Los Altos a conquistare il mondo con la sua Apple.

D’altronde, già Hegel aveva affermato categoricamente nelle sue lezioni di filosofia della storia che «nulla di importante è mai stato fatto al mondo senza passione».

Inserito in questo ordine di considerazioni, si capisce perché insistere sulla patria e sull’amore per la propria nazione, come fa il pensiero conservatore, non è un segno di passatismo ma è l’unico modo per combattere certi stati d’animo distruttivi che possono albergare nell’animo dell’uomo moderno. Sentimenti che l’impropria richiesta fatta dai calciatori della nazionale prima di scendere in campo ha esemplificato in maniera direi paradigmatica. Sentimenti che, essi sì, spiegano tante grandi e piccole débâcle di cui è costellata la nostra vita. © RIPRODUZIONE RISERVATA.