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Giordania ai Mondiali 2026, ecco chi sono i cavalieri del "miracolo"

di Claudio Savelli martedì 2 giugno 2026

3' di lettura

In patria li chiamano Al-Nashama, i Cavalieri. Ma quando scendono in campo, di cavalleresco nel senso romantico e stucchevole del termine c'è pochissimo: sono pragmatici. Molto italiani, nel senso più antico del termine.

Ecco perché nel casting per adottare una Nazionale ai Mondiali 2026, la Giordania vi entra di diritto. Hanno staccato il biglietto per la prima, storica qualificazione di sempre ai Mondiali a suon di difesa e transizioni verticali orchestrate da Musa Al-Taamari, il faro assoluto, l’uomo che ha rotto il tetto di cristallo: è l’unico giordano a essersi imposto in un top campionato europeo, prima in Francia al Montpellier e oggi al Rennes. In Medio Oriente lo chiamano incautamente il “Messi Giordano”, ma Al-Taamari ha un’attitudine al sacrificio, un dinamismo e una fisicità che sono figlie legittime del calcio europeo. E fa niente se domenica, nel test perso 4-1 contro la Svizzera, è stato protagonista di una sciagurata “insubordinazione”: ha obbligato i suoi compagni a salire in pressione e, per tutta la risposta, gli elvetici con tre passaggi sono andati in gol. E vabbé, succede.

FRECCE DEL DESERTO

Non predica nel deserto: accanto a lui, le “frecce” Yazan Al-Naimat e Ali Olwan trasformano ogni ripartenza in un incubo per le difese, mentre dietro ci pensano il colosso Yazan Al-Arab, che gioca in Corea, e il portiere Abulaila a blindare l’area di rigore. È una delle Nazionali più povere di talento del Mondiale. Per questo molto del merito va dato ai ct, che hanno saputo ottimizzare il materiale, e non solo. Hussein Ammouta, infatti, è lo stratega marocchino che a inizio 2024 li ha spinti fino a una clamorosa finale di Coppa d'Asia. Quando, nell'estate 2024, Ammouta si è dovuto dimettere per gravi motivi familiari, la Federazione non ha ceduto al panico e, soprattutto, non ha stravolto il progetto. Ha chiamato un altro tecnico marocchino, l’esperto Jamal Sellami, che ha proseguito nel solco del predecessore con un’umiltà e una furbizia rare in un mondo di prime donne. Si è ben guardato dal fare lo sbruffone o l’ideologo: ha ereditato l’impianto, ha mantenuto la feroce disciplina tattica e ha completato l’opera, guidandoli fino alla qualificazione. Continuità al potere, zero ego, massimo risultato.

Il momento più alto regalato dalla Giordania prima di questa qualificazione risaliva alla corsa verso l’edizione in Brasile 2014. I Nashama riuscivano a superare l’Uzbekistan ai rigori e a guadagnarsi così l’ultimo playoff intercontinentale. Peccato che di là ci fosse l’Uruguay, reduce dal quarto posto in Sudafrica e trainato da Suarez e Cavani.
La Giordania è storicamente una nazione-rifugio, un’oasi di stabilità incastrata in una polveriera che confina con Siria, Iraq e territori israelo-palestinesi, ospitando milioni di profughi. Il calcio locale dei club è ferocemente spaccato in due: da una parte l’Al-Wehdat, espressione diretta dei rifugiati palestinesi; dall’altra l'Al-Faisaly, simbolo della borghesia e delle tribù giordane storiche. Una rivalità viscerale, intrisa di politica e questioni sociali.

Una storica inchiesta del New York Times spiegava che gli stadi di calcio in Giordania fungono da recinto per le frustrazioni sociali che, altrimenti, travolgerebbero le piazze. Per il regime, finché la rabbia e la divisione etnica si sfogano per una partita di calcio, si anestetizza il rischio di vere riforme democratiche, permettendo alla monarchia di preservare intatto lo status quo.

La Nazionale è quindi un piccolo miracolo sociale per il Paese. Sembra riuscire ad azzerare i campanilismi, spegnere le tensioni e fondere anime storicamente divise sotto un’unica bandiera. Infatti la Famiglia Reale cavalca l’onda. Re Abdallah II e il Principe Ereditario Hussein non si limitano alle classiche passerelle istituzionali: scendono negli spogliatoi, abbracciano i giocatori, li accolgono in aeroporto, pubblicano ringraziamenti sui social. Hanno capito perfettamente che un pallone che rotola, ad Amman, vale infinitamente più di cento trattati diplomatici.

La Giordania è un inno alla concretezza in campo e al soft-power fuori. Non sarà particolarmente romantica da tifare, ma potrebbe stupire, anche perché il girone contiene sì i campioni del mondo in carica dell’Argentina, ma anche l’Austria e l’Algeria. Difficile, ma non impossibile.

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