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Mondiali 2026, dalla sabbia alla gloria: leggenda Curaçao

di Claudio Savelli mercoledì 3 giugno 2026

3' di lettura

Fino al 2010 giocavano (male) sotto il nome di Antille Olandesi. Poi queste si sono sciolte e la Fifa ha considerato la Nazionale di Curaçao come successore naturale. Diverso il discorso per le Olimpiadi a cui non può partecipare, perché rimane una “nazione costitutiva” del regno dei Paesi Bassi, e il Cio ha regole più restrittive sul riconoscimento di nuovi stati membri. Per questo si sono buttati a capofitto sul calcio. Nel 2010, la federazione finalmente libera da vincoli, ha avuto un’intuizione banale ma efficace: smettere di pescare tra i dilettanti locali e usare l’immenso database dei giocatori con doppio passaporto nati e cresciuti in Olanda. Hanno trasformato un’isola caraibica in una succursale dell’Eredivisie ed eccoli al loro primo Mondiale.

Non a caso il ct è Dick Advocaat, olandese, salito in sella perché i problemi di salute della figlia sono rientrati. Il 14 giugno a Houston diventerà il ct della prima storica partita di Curaçao in un Mondiale e, a 78 anni compiuti, l’allenatore più anziano nella storia della Coppa del Mondo, superando il record di Otto Rehhagel. È l’ottava Nazionale allenata dal santone olandese, dopo i Paesi Bassi (tre volte), Emirati Arabi Uniti, Serbia, Corea del Sud, Belgio, Russia e Iraq.

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Insomma, è uno che se ne intende di movimenti da ricostruire o costruire. Advocaat ha sradicato l’indolenza e la spensieratezza caraibica. Ha imposto diete europee, vietato i ritardi cronici, introdotto le doppie sedute e la zona totale. Il contrasto visivo tra l’allegria dei tifosi sugli spalti e la noiosa, vincente perfezione geometrica della squadra in campo è il vero capolavoro della sua gestione. Con 155mila abitanti per 444 chilometri quadrati di superficie, Curaçao diventa contemporaneamente la nazione più piccola e meno popolosa a qualificarsi a un Mondiale. Sgretolato il record storico dell’Islanda che ne faceva 330.000 nel 2018. Parliamo di un’isola che ha meno abitanti di un singolo quartiere di Roma o Milano, ma che è stata in grado di produrre una squadra “qualificata”.

Certo, i gironi non erano irresistibili data la storpiatura del “Mondiale Infantiniano”: le qualificazioni Concacaf erano infatti prive delle tre big, Usa, Canada e Messico, che, in quanto organizzatori, erano già qualificate di diritto. Così Curaçao se l’è vista contro Trinidad & Tobago, Bermuda e Giamaica, contro la quale ha difeso eroicamente l’ultimo e decisivo 0-0, tra tre pali e un rigore assegnato e poi tolto via Vari ai favoriti. Prima di Advocaat, Curaçao si era affidata a Manuel Bilches all’esordio come Nazionale, poi a Patrick Kluivert (la cui mamma era proprio di Curaçao) e Guus Hiddink, mica gli ultimi arrivati e tutti rigorosamente olandesi. Niente ambizioni da calcio totale ma volontà di creare un’identità di squadra e favorire il dialogo con i calciatori... olandesi a loro volta. Ma solo Advocaat ha potuto contare su un intero gruppo di curaçaiani di seconda o terza generazione, tutti nati nei Paesi Bassi. Il più cristallino dei talenti è Livano Comenencia, classe 2004, cresciuto tra le giovanili del PSV e passato anche nella Juventus Next Gen, prima di trasferirsi allo Zurigo.

Poi, l’attaccante esterno del Middlesbrough, Hansen, i fratelli Leandro e Juninho Bacuna (il primo è il miglior giocatore della storia del Paese, ex Aston Villa, ora nella seconda divisione turca) che occupano le mezzali nel 4-3-3 d’ordinanza e l’ultratrentenne ex Psv e Brighton Jürgen Locadia, centravanti spilungone di quasi due metri che, dopo aver mostrato buone cose in Olanda e Inghilterra, si è perso nelle serie minori del calcio spagnolo.

Qui il calcio è una cosa nuova: solo nel 1921 si disputò il primo campionato locale, e solo nel 1974 divenne professionistico. Si chiama Curaçao League e oggi conta nove squadre: la decima ancora non c’è, dunque una a turno riposa. Girone all’italiana e playoff, per allungare il brodo. Qui si è sempre giocato a baseball, anche con discrete soddisfazioni. Nel 2004, la squadra della capitale, Willemstad, riuscì a conquistare il titolo mondiale a discapito delle franchigie americane. Proprio quelle a cui ora Curacao fa visita per giocare a pallone. E per farlo bene, non come ai tempi delle Antille Olandesi.

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