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Mondiale 2026, "spilla 168": lo schiaffo dell'Iran a Donald Trump

di Lorenzo Pastuglia mercoledì 10 giugno 2026

2' di lettura

Il Mondiale dell’Iran è iniziato lontano dagli Stati Uniti. La nazionale asiatica ha infatti scelto Tijuana, in Messico, come quartier generale per la rassegna iridata, una decisione maturata anche alla luce delle difficoltà burocratiche e diplomatiche emerse negli ultimi mesi nei rapporti con Washington. All’arrivo della squadra, però, a colpire non sono stati soltanto gli aspetti organizzativi. Giocatori e membri della delegazione si sono presentati con una spilla raffigurante il numero “168”, un omaggio alle vittime dell’attacco avvenuto il 28 febbraio alla scuola elementare di Minab. Un gesto simbolico con cui la nazionale ha voluto ricordare una tragedia che ha profondamente segnato il Paese.

La scelta di trasferire il ritiro in Messico è arrivata dopo una serie di complicazioni legate ai visti e alle procedure di ingresso negli Stati Uniti, che hanno coinvolto alcuni componenti dello staff tecnico. Inizialmente il campo base avrebbe dovuto sorgere a Tucson, in Arizona, ma la federazione ha preferito spostare la propria base operativa a Tijuana. Il paradosso è che l’Iran sarà comunque costretto a varcare frequentemente il confine. Le partite della fase a gironi, infatti, si giocheranno tutte negli Stati Uniti, tra la California e la costa occidentale, con continui spostamenti che potrebbero incidere sulla preparazione della squadra guidata dal commissario tecnico Amir Ghalenoei.

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L’arrivo a Tijuana è avvenuto sotto un rigoroso dispositivo di sicurezza e con l’accoglienza di alcuni sostenitori presenti nella città messicana. Inserito nel gruppo G insieme a Belgio, Egitto e Nuova Zelanda, l’Iran si prepara così ad affrontare un Mondiale che presenta difficoltà non soltanto sportive. Situazioni simili stanno interessando anche altre delegazioni. Nelle ultime settimane non sono mancati casi di visti negati o controlli particolarmente lunghi per giornalisti, tifosi e membri degli staff. Tra gli episodi più discussi c’è quello dell’attaccante iracheno Aymen Hussein, trattenuto per ore in aeroporto dopo essere stato scambiato per un’altra persona a causa di un caso di omonimia. Vicende che stanno alimentando il dibattito sull’organizzazione logistica del torneo ancora prima del calcio giocato.

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