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Milan, "il giorno esatto in cui è iniziata la fine": dietro lo sprofondo rossonero

domenica 14 giugno 2026

2' di lettura

Lui, Antonio Nocerino, il Milan l'ha vissuto una manciata d'anni. Ha fatto in tempo a intercettare gli ultimi bagliori dell'era Berlusconi e l'alba della famigerata "Banter era", il periodo di magra per i colori rossoneri iniziato sostanzialmente con l'esonero di Allegri nel gennaio del 2014 e terminato davvero solo con l'avvento di Paolo Maldini come direttore sportivo. Cinque, sei anni di "buio" che ora sembrano rivivere nel caos generato dalla gestione americana di RedBird e Gerry Cardinale, il patron che ha cacciato, guarda un po', proprio Maldini a un anno dallo scudetto conquistato a sorpresa nel 2022.

Il centrocampista, intervistato da Radio Rossonera, è convinto che ci sia una data in cui il declino del Diavolo è cominciato: il 13 maggio 2012. Una giornata che ogni tifoso rossonero con qualche anno sulle spalle non può dimenticare. Ultima giornata di un campionato che sembrava vinto e che invece andò alla prima Juve di Conte. A San Siro, più che mestizia, si respira però un'aria di malinconia: contro il Novara già retrocesso sfileranno in campo alcuni miti destinati a dire addio, da Gennaro Gattuso a Zambrotta, da Clarence Seedorf a Van Bommel. Per non parlare di Pippo Inzaghi, che in lacrime segnerà il gol della vittoria nel finale, la sua ultima rete in rossonero. Nessuno può immaginare che quella festa (mesta) preluderà alle cessioni, clamorose, di Ibrahimovic e Thiago Silva al Psg. Quel giorno tramonta definitivamente la grandeur del Milan di Galliani e del Cav, dominatore del calcio mondiale per 20 anni. 

"Per me è stata una tragedia – ammette Nocerino –. È stato l’inizio della fine, perché andavano via, mi ricordo, undici giocatori di un livello incredibile, undici ragazzi di un livello allucinante. E i giocatori che erano rimasti, ovviamente non parlo di Ambrosini e Abbiati, noi che eravamo rimasti avevamo ancora bisogno di loro, perché non eravamo ancora all'altezza di trasferire che cosa fosse il Milan a tutti gli altri che arrivavano e quindi secondo me quello è stato l'inizio della fine".

Uno zoccolo duro, memoria tecnica e storica, praticamente raso al suolo. Erano partiti "tanti giocatori che potessero spiegare, insegnare che cosa fosse il Milan, le regole, l'idea, l'identità e tutte queste cose qua. Quindi è stato difficile, anche se quell'anno lì poi siamo arrivati in Champions, abbiamo fatto un'annata, io dico normale, perché per il Milan giocare per andare in Champions penso che è normalità. Il Milan, come diceva il grande presidente, gioca solo per vincere e dominare, quindi io l'ho sempre vista così".

Con le debite proporzioni, un po' quello che è accaduto in questi anni quando nel nome del bilancio e del tetto agli stipendi sono portati giocatori chiave dentro e fuori dal campo come Donnarumma, Cahlanoglu, Kessie, Tonali, Massimiliano Allegri. E tra poco forse, anche per le incertezze della società, toccherà salutare Rafa Leao, Maignan o Pulisic.

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