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Il nuovo Milan di Cardinale ha più difetti del vecchio

di Claudio Savelli martedì 23 giugno 2026

3' di lettura

 È questo il “magic touch” di Cardinale? Partire dal casting aperto ai migliori professionisti del globo - o presunti tali- e arrivare alla soluzione interna? Dovesse andare a finire benissimo, sarà stato un colpo di fortuna. Dovesse invece finire malissimo (difficilmente ci saranno vie dimezzo), non sarà stata sfortuna, ma negligenza. Perché se le eccellenze di cui parlava Cardinale un mese fa fossero state davvero Almstadt, Gardiner e Lomonte, potevano essere ufficializzati uno o due giorni dopo il licenziamento in blocco di Furlani, Tare e Moncada. Invece è passato un mese di call, meeting, casting, consulenze, agenzie e riunioni che hanno portato... al punto di partenza, al Milan che c’era già sotto al Milan che non c’è più. L’area sportiva è stata azzerata perché lottava per il potere? Bene. La nuova area sportiva, il potere, potrebbe non saperlo maneggiare. Lo dicono i curriculum: l’unica volta che Hendrik Almstadt (ora Director of Player Trading) ha fatto il direttore sportivo, nel 2016, ha trascinato l’Aston Villa alla retrocessione dopo oltre cinquant’anni; Kirovski ha fatto lo stesso con Milan Futuro, di cui rimane responsabile, scivolando dalla C alla D.

MANAGER ALL’INGLESE
Il nuovo tecnico Amorim doveva fare “solo” l’allenatore mentre ora si ritrova responsabilità da manager all’inglese, ovvero nel ruolo esatto in cui ha fallito a Manchester. Bobby Gardiner, nel club rossonero dal 2019, ragazzo prodigio dei dati, ha tutto da dimostrare nel nuovo ruolo di “Director”. A proposito, le etichette inusuali potrebbero servire a sottolineare l’ispirazione verso il management del Liverpool o comunque a negare la gerarchia classica di un club di calcio italiano che, nelle idee di Cardinale, lo scorso anno ha fallito nel Milan.

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Niente direttore tecnico, niente direttore sportivo, ma Director of Player Trading (Almstadt) e Director of Football Intelligence (Gardiner) affiancati dall’Head of Scouting (Lomonte). È il famoso “gruppo di lavoro integrato” che si propone di lavorare insieme. Forse, se ci sforziamo, c’è una visione strategica: visto che prima c’erano nomi noti e in vista che non facevano squadra, ora mettiamo nomi ignoti che magari, forse, la fanno. Peccato che, come per Furlani, Tare e Moncada, non sono figure testate insieme nella gestione di un top club. E queste, rispetto alle precedenti, non hanno mai gestito un’intera finestra di mercato. Rimane poi un dubbio: chi prende le decisioni finali? Sembra essere un’altra tavola rotonda composta da Cardinale, Ibrahimovic, Calvelli (da Ad ad interim a Ceo) e Castelblanco, già Head of Sports & Media di RedBird e presente nel Cda rossonero. Un gruppo, quindi, che decide sopra un gruppo: azzardato.


L’obiettivo dichiarato di Cardinale un mese fa era «migliorare l’organizzazione e portarla a un livello di eccellenza mondiale». Per quanto riguarda l’eccellenza mondiale, non ci sono dubbi: non è arrivata. Ma anche sul migliorare l’organizzazione c’è da riflettere. Le teste coinvolte sono aumentate e qualche rischio di sovrapposizione rimane: c’è Lomonte nominato capo scouting ma, essendo l’unico in possesso del patentino da direttore sportivo, dovrà parteciperà alle trattative e c’è il noto agente portoghese Jorge Mendes (che non gestisce Amorim, ma lo conosce bene), già molto influente nelle trattative del Milan, che potrebbe approfittare dell’assenza di un dirigente di rilievo per indirizzare gli affari verso i suoi assistiti. Quando sono i club a usare gli agenti, la situazione è dispendiosa ma sopportabile. Quando accade il contrario, finisce sempre male.

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