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Così la sconfitta degli Usa ha fatto godere il mondo

Dopo la revoca della squalifica all'americano Balogun gli sportivi hanno tifato Belgio, che ha ridicolizzato Donald
di Giovanni Sallusti mercoledì 8 luglio 2026

3' di lettura

Qui non si parlerà di politica, geopolitica, della Nato, dello stretto di Hormuz, non si parlerà nemmeno della trumpiana arte del Deal. Qui è in ballo “la cosa più importante delle cose non importanti” (Arrigo Sacchi, siamo ai capisaldi della materia), una landa dello spirito umano che fluttua tra l’ossimorico e l’ineluttabile, un territorio che evidentemente Donald Trump non frequenta. Parliamo del calcio, ovviamente. Non del pallone, che è ovunque ci siano animali bipedi implumi (uomini, insomma) che si contendono una palla in calzoncini provando a spedirla a calci nello spazio delimitato da due pali e una traversa. Il pallone è la precondizione del calcio, che è piuttosto trasfigurazione continua, la poesia di un controllo illogico di Messi e la prosa del Paraguay che quasi trascina la Francia ai supplementari a gomitate e campanili calciati oltre lo stadio, lo spirito dei popoli che si rispecchia nel modulo con cui si copre il campo, un gioco d’azzardo continuo, dove un improvviso lancio a tagliare la difesa può squadernare universi impensati. L’azzardo non è l’arte del negoziato, politico o commerciale, l’azzardo è l’arte di non prendere in contropiede il destino.

IGNARO
Donald Trump non sapeva niente di tutto questo: è l’unica spiegazione per l’errore fatale. La telefonata che non avrebbe mai dovuto fare: quella a Gianni Infantino, per togliere la squalifica al centravanti statunitense Folarin Balogun. Risultato: la squalifica magicamente evaporata, il clima che aleggiava attorno alla partita col Belgio bruscamente ribaltato. Nessuno che orecchi anche vagamente le regole di quello spartito immaginario che chiamiamo riduttivamente calcio rischierebbe mai questa doppietta, perché in base a un’analisi costi-benefici, pura logica imprenditoriale caro Donald, si rivela un autogol clamoroso. Non solo perché Balogun, con ogni evidenza, non è Pelé, ma nemmeno Haaland, insomma non è qualcuno che da solo re-inverte il destino. Ma soprattutto perché il clima è la partita, e al variare del primo varia la seconda. La partita sono mille partite possibili, e l’ingiustizia palese, cafona persino, l’irruzione di un aggeggio dannatamente importante come il potere nella sfera della prima tra le cose non importanti, accende un cortocircuito ontologico, battezza una nuova partita. Dove i calciatori americani si sono ritrovati, di colpo, con una mano lose-lose, comunque perdente. Se avessero eliminato il Belgio, sarebbe stato un affare politico, di pallone non ne era più nulla. Essendo stati sonoramente sconfitti, hanno tinteggiato la vittoria altrui di tonalità epiche: la meritocrazia del campo contro l’oligarchia del Palazzo. Di contro, gli avversari si sono vista spalancata improvvisamente la via dell’epos, quello che era l’ovvio rispetto del pronostico è diventato di colpo il riscatto della giustizia. Calcistico, quindi universale. Ecco l’altro capolavoro all’incontrario di Trump: ha improvvisamente reso il Belgio una nazionale (e quindi una nazione, il travaso simbolico è istantaneo) simpatica.

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SENZA IDENTITÀ
Il Belgio, un Paese svuotato dal multiculturalismo acritico. Il Belgio, presso la cui capitale ha sede la Commissione Europea, che ha l’appeal di un Politburo intento a regolamentare la vita di un continente. Un Paese fantasmatico che improvvisamente diventa il piccolo-grande Belgio tifato dal mondo all’unisono, anzitutto da chiunque abbia inseguito una volta un pallone in un campo di periferia. Il campo è a scadenza, novanta minuti più supplementari ed eventuali rigori, non esiste il terzo tempo direttamente dalla Casa Bianca, non puoi togliere il cartellino, riscrivere la trama, non esiste il Var come politica di potenza. Per cui l’atto gratuito trumpiano è diventato subito paradosso, la squadra di casa del Mondiale che gioca fuori casa, perché ha infranto l’alfabeto del campo. E allora per Lukaku e compagnia è stato perfino facile, non solo tradurre in atto il potenziale calcistico superiore, ma imitare pedissequamente nell’esultanza il balletto con cui The Donald apre i comizi, irridere la potenza. “Ribalta questo”, ha scritto la Federcalcio belga sui social. Forza, fai annullare il risultato, il calcio non è risultato, il calcio è “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, scriveva Pier Paolo Pasolini, e come tale ha la sua liturgia. Non è lo show rutilante della Nba, non è la rievocazione del Far West del football americano, non è l’indolenza profana del baseball (detto da filoamericano stregato a suo tempo da Michale Jordan e dal SuperBowl). Semplicemente, Trump non ne aveva la più pallida idea, tutto lì.

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