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Meloni e Trump ad Ankara, "il tavolo blindatissimo": cosa filtra dal vertice Nato

di Daniele Dell'Orco mercoledì 8 luglio 2026

4' di lettura

Considerate le premesse della vigilia, l’ennesima uscita pubblica di Donald Trump dedicata a Giorgia Meloni si potrebbe definire quasi standard. In apertura del 36esimo vertice Nato di scena ieri e oggi in Turchia, Il tycoon ha approfittato del delicato bilaterale con il padrone di casa, Recep Tayyip Erdogan, per menzionare di nuovo il premier italiano, dopo gli attacchi a distanza successivi al G7 di Eviani: «Le nostre relazioni sono peggiorate perché si è rifiutata di aiutarci. Io non le ho messo molta pressione. Ma si è rifiutata di essere coinvolta.

Il mio rapporto con lei si è inasprito, ma mi piace e penso che sia una brava persona che ha fatto un errore. Lei non c’è stata per noi e questo non mi ha reso felice». Il riferimento è come al solito alla questione iraniana e al dossier sullo Stretto di Hormuz. La cantilena l’ha estesa a tutto il Vecchio Continente, visto che è arrivato a definire Italia, Germania, Francia e Regno Unito, «colpevoli» di non aver teso la mano agli Stati Uniti nel momento del bisogno.

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L’ordine restrittivo che aveva richiesto per Meloni, però, dev’essersi perso per strada, visto che dopo l’arrivo (in leggero ritardo) al palazzo presidenziale di Bestepe, il premier si è seduto allo stesso, blindatissimo tavolo con Erdogan e con lo stesso Trump, sotto gli occhi vigili del cancelliere tedesco Friedrich Merz, del presidente francese Emmanuel Macron e del premier britannico Keir Starmer. Al termine della cena, Meloni ha detto che con il presidente Usa «i rapporti sono cordiali», tagliando corto alla domanda dei giornalisti riguardo un possibile chiarimento con il tycoon: «Vi ho già risposto», ha detto Giorgia prima di tornare in albergo».

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MACCHINA DIPLOMATICA

Ovviamente, per tutta la giornata la macchina diplomatica ha dovuto tessere una fitta rete di contenimento per salvaguardare gli equilibri transatlantici. A gettare acqua sul fuoco ci ha pensato ad esempio il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, protagonista di un faccia a faccia cruciale a margine del summit con il segretario di Stato Usa Marco Rubio. Un incontro strategico per riaffermare che l’asse Roma-Washington resta solido, nonostante i tweet e le provocazioni estemporanee del capo della Casa Bianca. La linea italiana è chiara: non cedere alle provocazioni e far parlare i fatti, specialmente sul fronte delle spese militari. L'Italia si presenta infatti ad Ankara rivendicando un impegno sulla difesa che rasenta ormai il 2,8% del Pil, una cifra che Tajani ha sottolineato per dimostrare che l’Italia sta facendo tanto sia per rafforzare il pilastro europeo interno all’Alleanza, sia per ribadire la necessità strategica della partnership con gli Usa. Cosa che ad Ankara stanno provando a fare un po’ tutti.

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SNODO INDUSTRIALE

Il vertice si sta rivelando un gigantesco snodo industriale, segnato da cifre da capogiro (+250 miliardi di budget complessivo) ma pure forti tensioni geopolitiche. Al Forum dell’Industria della Difesa, gli alleati hanno già siglato contratti colossali per oltre 50 miliardi, accompagnati da un piano quinquennale da 40 miliardi interamente dedicato allo sviluppo di scudi e tecnologie anti-drone. Nuovi velivoli andranno a potenziare la flotta della Nato, operando dalla base aerea di Sigonella.

Chi invece reclama a gran voce un posto al tavolo dei grandi è Volodymyr Zelensky. Il presidente ucraino, arrivato per incassare nuovi sistemi Patriot, ha annunciato accordi per la fornitura di UAV agli europei: «Siamo primi al mondo sui droni, meritiamo la Nato». Il summit deve però fare i conti anche con i malumori che provengono non solo da dentro, ma pure da fuori. Il primo ministro danese Mette Frederiksen ha gelato le rinnovate ambizioni espansionistiche di Trump sulla Groenlandia («Dovremmo controllarla noi») con una dichiarazione perentoria: «Non è in vendita, gli alleati rispettino la nostra sovranità».

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Mentre da Israele, Netanyahu fa sapere che sarebbe «un grave errore» se Trump desse seguito alle sue aperture circa la vendita dei caccia F-35 alla Turchia. Sullo sfondo, l'ombra del Cremlino. Il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, ha confermato che Mosca seguirà il vertice con «grande attenzione» e ha rivelato che il leader russo sentirà di nuovo Trump a breve. Tra ritardi eccellenti, esclusioni giudiziarie eccellenti (come quella della first lady spagnola Begoña Gómez, trattenuta a Madrid dai giudici mentre il marito Pedro Sanchez atterrava in Turchia), la Nato si interroga sul suo futuro. Il segretario generale Mark Rutte ha suonato la carica parlando di una «rivoluzione industriale della difesa» non più rimandabile, ma la domanda che rimbalza resta sempre la stessa: fino a che punto l'Europa sarà disposta a pagare per la propria sicurezza ora che gli Stati Uniti minacciano un disimpegno parziale?

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