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Ulivieri insiste: ius soli nel calcio

Il compagno strattona la politica con un suo scritto: in pratica è la legge che vorrebbe. Ma non si capisce se a titolo personale o a nome di tutti
di Francesco Storace mercoledì 8 luglio 2026

3' di lettura

E ti pareva che il compagno Renzo Ulivieri non dovesse dire la sua. I mondiali - dice il presidente degli allenatori italiani - «dimostrano» che «ci vuole lo ius soli sportivo». E strattona la politica con un suo scritto sul sito dell’associazione: in pratica è la legge che vorrebbe, non si capisce se a titolo personale o a nome di tutti. «Alla Nazionale ci dovrebbe pensare anche la politica. Se vediamo le squadre straniere ci sono cinque o sei giocatori neri. Abbiamo bisogno di leggi per come si sta evolvendo la cittadinanza e dobbiamo portare più stranieri al campo da calcio». Un pianeta a parte, insomma, al quale si risponderà “tutto il cucuzzaro” da parte della sinistra. Sono già pronti. Siccome siamo in crisi sui campi di calcio - ecco la sua ricetta dopo l’ennesima esclusione dai mondiali - prendiamoli non italiani e trasformiamoli in patrioti. Nemmeno aspettando la maggiore età. Insomma integrazione ma senza merito, tempi giusti e identificazione con un popolo. Forzare con leggi ad hoc per il pallone appare strumentale. La solita propaganda.

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Invece limiti all’utilizzo di stranieri sarebbero più ragionevoli (tipo 6-7 per rosa, con incentivi ai giovani italiani) e potrebbero aiutare, come proposto ciclicamente, senza isolare il campionato. Anche se va detto che la soluzione profonda è a monte: investire in talenti italiani fin da piccoli, migliorare il coaching, ridurre l’esterofilia cieca dei club, e pretendere che chi gioca in Italia si senta italiano (per chi ha doppia possibilità). Del resto il calcio riflette la società: identità, demografia, investimenti. Discutere solo di “colore della pelle” o di ius soli distrae dai problemi reali di formazione e cultura calcistica italiana. Servono idee pragmatiche, non slogan. Il ministro Calderoli, contrario allo ius soli sportivo, fa «l’esempio positivo recente del 18enne difensore atalantino Honest Ahanor, ragazzo nato in Italia da famiglia nigeriana, che ha appena debuttato in nazionale maggiore un paio di mesi dopo aver ottenuto la cittadinanza italiana, scegliendo di rappresentare l’Italia e una maglia che sentiva sua. A dimostrazione che le nostre leggi funzionano».

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«E nell’atletica o nel basket o nel volley - prosegue il ministro - abbiamo altri analoghi esempi positivi di ragazzi diventati cittadini italiani e nazionali azzurri. Se poi il problema paventato è che un ragazzo di talento non voglia attendere di prendere la cittadinanza italiana a 18 anni, ma preferisca scegliere prima quella di un altro Stato, pazienza, le nostre nazionali faranno a meno di lui». E comunque bisognerebbe proprio ragionare sulla riduzione del numero degli stranieri nei campionati nazionali. La Nazionale deve rappresentare chi si identifica con il Paese, non solo chi ci gioca. Oggi tanti under 21 italiani finiscono in panchina o in prestito perché le rose sono piene di stranieri pronti. Un tetto forzerebbe i club a investire di più sui vivai e a far giocare i giovani. Ne guadagnerebbe la stessa Nazionale di calcio. Avere più italiani titolari in Serie A aumenterebbe il bacino di giocatori che sentono la maglia azzurra come “casa”. Gli oriundi o naturalizzati tardivi spesso scelgono in base a convenienza, non sempre per passione.

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