Prendiamo nota del fatto che negli ultimi vent'anni la fortissima Francia ha vinto meno della povera Italia. Un Mondiale e un Europeo per gli azzurri; un Mondiale per i Bleus. Prendiamo nota e prendiamo in giro con cautela gli amici galletti, senza esagerare dato che le semifinali a cui loro sono arrivati in carrozza, noi le abbiamo viste dal divano. Fatta la premessa, analizziamo la più netta contro-prestazione di questo Mondiale che, attraverso la Spagna e non solo, sta dimostrando una cosa: le Nazionali vanno allenate. Non basta più metterle in campo con equilibrio e intelligenza, affinché i migliori giochino nei ruoli in cui rendono di più e si connettano tra loro. Questa è la base, il minimo indispensabile a cui Deschamps è arrivato dopo un solo tempo di gioco, il primo nella gara d'esordio contro il Senegal, e in questo è inequivocabilmente un maestro come lo era Domenech ai tempi del Mondiale 2006, ma quello era un calcio in cui potevi permetterti di allenare meno. Ora, in questo calcio universale, sopra la base bisogna costruirci qualcosa. Che sia un'impalcatura temporanea, un'umile capanna o un palazzo come quello della Spagna, poco importa. Basta che sia.
Dopo la trovata di Olise al centro e Dembelé in fascia, Deschamps si è fermato. Ha gestito la base, non ha costruito l'impalcatura. Lo dice il ritorno all'assetto “sbagliato” con cui aveva iniziato il Mondiale con Olise in fascia e Dembelé al fianco di Mbappé proprio contro la Spagna. Lo sottolinea l'accusa all'arbitro salvadoregno Barton dopo la partita: non sarà il miglior fischietto del mondo, ma la Francia non è certo uscita per un torto arbitrale. Visto che la base era composta da Olise, Mbappé, Dembelé e Doué o Barcola, era più che sufficiente per superare il Senegal, l'Iraq, la Norvegia di riserva, la Svezia, il Paraguay e il Marocco. Non la Spagna. Non la Nazionale più squadra che ci sia. Per battere quest'ultima serve un'identità, un principio di gioco, una strategia, uno spirito, un piano alternativo. La Francia è stata un castello di carte dove le carte erano sì tutte jolly, ma se qualcuno soffia alla base inevitabilmente cadono.
Così l'era-Deschamps si chiude con un ché di incompiuto. Quattordici anni di gestione della Nazionale che più di tutte ha saputo mantenere, se non alzare, il livello tra le varie generazioni per un solo titolo. Il rendimento ai Mondiali conta infatti “la” Coppa del Mondo, una finale, una semifinale, un quarto di finale. Agli Europei: una finale, una semifinale, un ottavo di finale. Sette competizioni, due finali, due semifinali, un quarto di finale, un ottavo, un trofeo. Vero che la grandezza di una squadra non si misura solo da ciò che vince, ma la Francia in questi 14 anni non voleva evolvere il calcio: è stata creata, pensata e gestita per i risultati. Ecco perché quello che per altre nazionali sarebbe un ciclo memorabile, di alto livello e di grande continuità, per la Francia di Deschamps è un flop.
Ora tocca a Zinedine Zidane. Ibrahimovic, dagli studi americani di Fox Sports, ha detto che Zizou è perfetto perché «la Francia non ha bisogno di un allenatore ma di un manager». In effetti il tecnico francese al Real Madrid, unica sua esperienza da allenatore, e questo è di sicuro un limite, è stato un manager, più che un allenatore. Come Deschamps. Ma non è proprio quello il motivo per cui, in 14 anni di rose stellari, la Francia ha vinto “solo” un Mondiale?