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Le lezioni di teologia del Ct spagnolo La Fuente

L’allenatore non esita a dichiararsi credente: "Prego, ma certo non per il risultato..."
di Corrado Ocone martedì 21 luglio 2026

3' di lettura

C’è un campione morale dei mondiali appena conclusasi. È Luis de la Fuente, l’allenatore che ha portato i rossi a vincere il loro secondo mondiale. De la Fuente ha vinto come tecnico, per la capacità che ha mostrato nel tenere unito il suo gruppo e nel dargli la giusta carica, ma ha vinto anche come uomo, come persona. Così mentre i media mainstream parlavano della vittoria spagnola come di uno schiaffo dato a Trump da una nazione guidata dai socialisti che non si sarebbe piegata ai diktat dell’inquilino della Casa Bianca e che sarebbe un esempio di governo illuminato, inclusivo, progressista; mentre la canea montava, de la Fuente non aveva timore di sfatare i miti del tempo e del progressismo globale. Se l’opinione vincente vorrebbe relegare la fede fra le “superstizioni” del passato, l’allenatore spagnolo non ha esitato a professarsi credente.

Se la stessa opinione assegna al segno della croce, che gli atleti continuano a fare quando scendono in campo, un valore scaramantico e propiziatorio di un buon risultato, de la Fuente non ha avuto dubbi nel separare nettamente la fede dalla superstizione, sottolineando che la preghiera non la si può ridurre a una momentanea richiesta di aiuto a Dio, ma è pratica quotidiana di vita di chiunque crede. Il giorno prima della finale, rispondendo ad una domanda fattagli in conferenza stampa, de la Fuente ha usato parole inequivocabili: «Prego» ha detto, «ma di certo non perché sono ad un Mondiale o perché sto cercando di favorire un risultato». L’aspetto che più colpisce è la concezione matura, sana, della fede che ha questo allenatore: per lui credere non si riduce a fare opere di carità, come potrebbe farle una qualsiasi Ong, secondo una concezioni “minimalista” che trova oggi spazio anche nelle istituzioni ecclesiastiche.

RICHIAMO AL MISTERO Avere fede è per lui più radicalmente un richiamo al mistero della vita e un sereno affidarsi a Dio: «Ringrazio Dio ogni giorno.  Quando mi sveglio, mi guardo e dico: “Un altro giorno in cui posso godermi la vita”. Ringrazio per queste piccole cose. Prego per questo, sarebbe ingiusto chiedere a Dio di aiutare me e non l’avversario». Che questa serenità l’abbia trasmessa anche alla squadra e che questo sia uno degli ingredienti del successo spagnolo non è certo improbabile. È probabile che la capacità di fare squadra dimostrata dall’undici iberico sia discesa proprio da a questa vera e propria “filosofia di vita”: ai mondiali anche i campioni più osannati della squadra iberica sembrano aver dimenticato sé stessi per mettersi al servizio del gruppo. De la Fuente è un personaggio anomalo, “inattuale”, che stride palesemente col contesto in cui opera. Sembra stridere con quel mondo della visibilità e del narcisismo mediatico che ha un bisogno continuo di creare effimeri “eroi di carta”. Ed è in contrasto con il “politicamente corretto” che ammanta ormai ogni evento globale e a cui anche le società sportive sembrano adeguarsi (una dozzina di anni fa proprio il Real Madrid tolse la croce dal proprio simbolo per non “offendere” i non cristiani e per compiacere gli sponsor islamici della squadra). Ma de la Fuente stride soprattutto con quel che è oggi diventato il mondo del pallone: un universo dominato dal business, ove i calciatori e anche gli allenatori sono delle vere e proprie star e godono di contratti multimilionari, ove il narcisismo impera ed ognuno è portato a credersi un eroe insostituibile.

SGUARDO PIÙ ALTO Con la sua non ostentata normalità, il mister è come ci invitasse a relativizzare tutto, a guardare oltre e più in alto, a considerare gli stessi giocatori come persone e non come “risorse” o macchine per fare soldi. «Non capisco» ha anche detto «perché dopo le mie dichiarazioni pubbliche sul mio credo, ora mi avvicinino per strada per ringraziarmi di quella testimonianza». In verità, lo si capisce: con la popolarità che ha conquistato, senza volerlo, egli ha ridato fiducia e orgoglio a tutti coloro, la maggioranza degli spagnoli e non solo, che non si sente rappresentata dalla cultura atea e nichilistica che imperversa nel mondo dei media e dello sport.

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