La missione era impossibile. Ora è diventata improbabile. Ma il blitz a Barcellona dello scorso weekend da parte del dt dell’Italia Paolo Maldini e dell’advisor azzurro Leonardo per convincere Pep Guardiola a diventare il nuovo ct dell’Italia monopolizza comunque, ovviamente, l’attenzione. Con buona pace delle percentuali. Almeno fino a domani, quando lo spagnolo dovrebbe sciogliere la riserva e la Nazionale annuncerà, in ogni caso, la sua nuova guida tecnica.
La road map che Maldini e Leonardo hanno illustrato a Pep è la seguente: rivoluzione tecnica del sistema calcio italiano; buon risultato nell’imminente Nations League; giro di boa del piano quadriennale agli Europei 2028 in terra d’Inghilterra; barra dritta verso il grande traguardo del Mondiale 2030 (rassegna che celebrerà il proprio centenario tra Spagna, Portogallo e Marocco, con gare inaugurali in Sudamerica e una probabile, ennesima estensione del numero delle squadre a 64 partecipanti che renderebbe davvero, stavolta, quasi impossibile restare fuori).
Guardiola, intenzionato a dedicarsi ad altro dopo 10 anni di Manchester City, sta soppesando ogni aspetto, tranne quello economico. Se dovesse farlo per soldi, la discussione sarebbe già finita. In Inghilterra prendeva 14 milioni l’anno. In Italia ne percepirebbe al massimo 16, ma in quattro anni. La sua valutazione quindi è tutta incentrata sulle linee guida di un piano che non riguarderebbe unicamente la Prima Squadra, ma ambirebbe a ridefinire l’intero impianto calcistico del Paese, identificando nel maestro spagnolo l’icona della rifondazione.
Il “Progetto Azzurro” che sta imbastendo il nuovo presidente federale Giovanni Malagò, è bene sottolineato, prevede una ristrutturazione a 360 gradi, orientata a plasmare perfino le selezioni giovanili minori. Inoltre, per Pep si tratterebbe del suo primo incarico alla guida di una Rappresentativa Nazionale. E per un allenatore capace di dominare in Spagna, Germania e Inghilterra, vincendo qualsiasi trofeo a livello domestico ed europeo, questa rappresenterebbe la sfida più affascinante dell’intera carriera. Senza dimenticare il profondo legame che unisce Guardiola all’Italia, frutto delle sue esperienze sul campo a Brescia e a Roma, stagioni in cui ha consolidato amicizie durature e affetti mai sopiti, tra cui quello con lo stesso Maldini.
Il Belpaese costituisce quindi a tutti gli effetti una seconda patria per l’ex City. Sebbene al momento i pronostici propendano per un cauto no, la FIGC continua a sperare nel definitivo “sì” che sarebbe un biglietto da visita spaziale per tutta la nuova governance del calcio nazionale. L’idea della rivoluzione sistemica però, va detto, nelle intenzioni di Malagò dovrebbe avvenire a prescindere da Guardiola. Sulla questione è intervenuto ieri anche il Ministro per lo Sport Andrea Abodi: «Non intendo interferire con la scelta. Chiunque sarà dovremo essere vicini a lui e al progetto che elaborerà con Maldini, Leonardo e al presidente federale».
Certo però che, mentre l’ambiente attende un verdetto, tra gli addetti ai lavori non manca un pizzico di perplessità: l’enorme distanza tattica, filosofica e di pedigree internazionale che intercorre tra un profilo monumentale come il suo e i nomi stabiliti come ipotetiche alternative, rischia di pesare fin da subito come un macigno sulla testa di qualsiasi alternativa al catalano, che arriverebbe in azzurro con l’etichetta di “ripiego di Pep”. Qualora l’assalto a Guardiola dovesse fallire, il piano B porta direttamente ad Andrea Pirlo, prima scelta del direttore tecnico, seguito a ruota da Roberto Mancini. Più staccata la candidata di Raffaele Palladino, così come appare defilata la pista, preferita dai club di serie A, che porta ad Antonio Conte.