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Pep val bene un sacrificio: il contratto di Guardiola Ct

di Daniele Dell'Orco giovedì 23 luglio 2026

3' di lettura

L’ipotesi di vedere Pep Guardiola sulla panchina della Nazionale italiana oscilla ancora tra la possibilità e la semplice suggestione estiva. Eppure, mettendo insieme le indiscrezioni filtrate dai colloqui condotti a Barcellona da Maldini e Leonardo con i passi ufficiali della Figc e il modello organizzativo adottato dalle federazioni più avanzate al mondo, prende forma un’ipotesi molto più concreta. Non un’offerta da semplice ct, ma un accordo costruito per convincere Guardiola ad accettare un incarico che, per natura e poteri, non avrebbe precedenti nella storia del calcio italiano. Rivoluzione quadriennale La prima caratteristica dell’accordo riguarda la durata. Non si tratterebbe di un biennale legato a Euro 2028, ma di un quadriennale con orizzonte Mondiale 2030. L’obiettivo sarebbe offrire a Guardiola il tempo per ricostruire un’intera generazione di calciatori, senza l’assillo del risultato immediato.

La Nations League rappresenterebbe il banco di prova iniziale per la nuova identità, mentre la rassegna iridata del 2030 costituirebbe il vero traguardo finale. Ingaggio e maxibonus Lo stipendio rappresenta il primo ostacolo apparente, dato che i 14 milioni di euro percepiti al City sono fuori portata. Per questo motivo prende corpo una struttura economica mista sostenuta da una deroga finanziaria straordinaria. L’ingaggio complessivo toccherebbe i 7-8 milioni netti a stagione, divisi tra base fissa da 4 milioni garantiti dalla Federazione e una quota coperta da partner commerciali strategici e dallo sponsor tecnico Puma, marchio condiviso sia dagli Azzurri che dal tecnico.

A questo quadro si aggiungerebbero bonus progressivi legati alle qualificazioni, fino a un maxibonus da 5 milioni per la vittoria del Mondiale. Direttore Metodologia La vera rivoluzione riguarderebbe però il ruolo, poiché Guardiola difficilmente lascerebbe il calcio di club per diventare un semplice selezionatore che lavora una decina di raduni l’anno. Il contratto gli attribuirebbe un incarico da Direttore di Metodologia del calcio italiano, garantendogli la supervisione di tutte le Nazionali, dall’Under 15 alla prima squadra, la definizione dei principi di gioco del settore azzurro e la partecipazione attiva alla formazione dei tecnici a Coverciano. Per convincerlo servirebbe anche un’autonomia decisionale totale su staff, convocazioni e zero interferenze federali. Smart coaching Rispondendo all’esigenza di Guardiola di interrompere il ritmo logorante dei club, l’accordo prevederebbe una struttura di lavoro estremamente flessibile.

Nei periodi senza raduni il tecnico potrebbe coordinare analisi video e monitoraggio dei giocatori anche da remoto, in una sorta di smart coaching che gli consentirebbe di mantenere equilibrio tra vita privata e controllo del progetto. Tra le clausole troverebbe spazio anche un tavolo permanente coi club di A e B per condividere dati fisici e favorire continuità metodologica. In questo modo il successo del mandato non verrebbe misurato solo dai risultati domenicali, ma dalla creazione di un modello destinato a sopravvivere anche oltre la sua gestione. Freno dal Coni Di fronte a un progetto così innovativo, stonano le tradizionali resistenze campanilistiche dell’ambiente sportivo, riassunte da chi, come il neopresidente del Coni Luciano Buonfiglio, suggerisce un ct rigorosamente nostrano. Persino per i più identitari, la possibilità di ingaggiare la mente tattica più brillante del millennio risulta talmente fascinosa che parlare di “italianità” risulta stucchevole. Con un piano del genere, Maldini e Leonardo hanno subito fatto capire che l’Italia deve abbandonare il provincialismo spacciato per orgoglio, così come l’internazionalismo impregnato di ideologia. Serve una rivoluzione, una rivoluzione del merito.

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