Gianni Infantino non molla, anzi rilancia, e lo fa con la forza dei numeri. Mentre i critici ne invocano le dimissioni e l’opinione pubblica europea digerisce a fatica i compromessi dell’ultimo Mondiale, il presidente della Fifa ha già blindato la sua permanenza sul trono del calcio globale. Le indiscrezioni dicono che oltre 200 delle 211 federazioni associate hanno già inviato a Zurigo le lettere formali di sostegno per la sua rielezione, blindando di fatto la corsa verso il congresso di marzo.Una vera e propria prova di forza geopolitica, capace di resistere all’onda d’urto del caso Folarin Balogun.
La revoca lampo della squalifica dell’attaccante statunitense - giunta dopo una discussa telefonata tra il presidente Usa Donald Trump e i vertici della Fifa - sembrava poter scatenare una rivoluzione guidata dalla Uefa (con il presidente Ceferin che in aperta polemica ha disertato la finale Spagna-Argentina) e dalle potenze calcistiche europee. Ma la formula magica di Infantino risiede nel rigido principio statutario della Fifa: «un Paese, un voto». E ai blocchi continentali tradizionali si contrappone l’immensa galassia delle piccole nazioni dell’Africa, dell’Asia e dell’Oceania. Per queste federazioni, la presidenza Infantino è sinonimo di pura sopravvivenza economica, grazie a sussidi e investimenti a pioggia derivanti da ricavi record. E Infantino ha tutta l’intenzione di rilanciare.
Infatti non è bastato il passaggio al contestato formato a 48 squadre; l’entourage presidenziale sta già spingendo l’acceleratore su una clamorosa estensione a 64 nazionali per il Mondiale del 2030. Più squadre significa più diritti tv, più sponsor e, soprattutto, più delegati grati di poter sognare il palcoscenico più importante del mondo. A conferma di ciò il tweet postato dal presidente della Conmebol, la confederazione calcistica sudamericana, Alejandro Dominguez che ha postato sul proprio profilo twitter (X) che il prossimo Mondiale: «sarà a 64 squadre».