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Addio "Piscinin", morto Franco Baresi: la storia di un mito rossonero che non morirà mai

di Claudio Brigliadori venerdì 31 luglio 2026

5' di lettura

Calcio italiano e mondiale in lutto: è morto a 66 anni Franco Baresi, leggenda del Milan e della Nazionale. Il Capitano. Nel 2025 il libero per eccellenza del calcio moderno era stato operato per un nodulo al polmone. A febbraio aveva commosso il mondo sfilando da tedoforo per la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, nel "suo" stadio San Siro. Nella serata di mercoledì 29 luglio, la prima fuga di notizie sul decesso, subito smentito dal Milan. Ma la situazione, già in quei minuti, era "delicatissima".

Vice-presidente onorario del Milan, aveva scelto Instagram per comunicare a tifosi e appassionati il suo stato di salute lo scorso novembre: "Cari tifosi, voglio comunicarvi che mi ci vorrà un po' di tempo per rimettermi in forma. Grazie al Milan e a tutti voi per il sostegno e il supporto. Con affetto, un abbraccio. Viva la vita".

Il Piscinin, il piccolino, ha incarnato una delle favole più travolgenti del calcio di casa nostra. Nato in una cascina di Travagliato, in provincia di Brescia, nel 1960. Orfano di padre e madre in tenera età, cresciuto insieme alla sorella e ai due fratelli, ha trovato nel pallone la via del riscatto da una infanzia molto dura. Il fratello maggiore Beppe prova con l'Inter ed entra nelle giovanili nerazzurre. Franco viene scartato e dopo qualche mese prova con il Milan: il provino va bene e inizia il mito. 

L'adolescente dal fisico minuto diventa un giovane uomo inarrestabile: potenza, coraggio, senso della posizione, velocità incontenibile e soprattutto leadership mostruosa anche a fianco di veterani. Nella primavera del 1978 il santone Nils Liedholm lo fa debuttare in prima squadra nella trasferta di Verona. In estate, il Diavolo vende una sicurezza come Turone per lanciare Baresi con il numero 6 sulle spalle. Non lo toglierà, di fatto, mai più. Franco diventa Kaiser Franz, perché interpreta il ruolo di centrale difensivo alla Beckenbauer. Un predestinato subito nella storia: a 19 anni appena compiuti vince il suo primo scudetto, da debuttante. Quello della stella. L'inizio baciato dalla fortuna si trasforma in un incubo: nel 1980 il Milan viene travolto dallo scandalo calcio-scommesse e Baresi finisce in Serie B. La risalita, pronta, non è il viatico per il ritorno ai piani alti. Il 1981-82 è un anno disgraziato per lui, diventato capitano, e per la squadra: il Milan sbaglia tutto quello che si può sbagliare e retrocede sul campo, non senza veleni. Pesa anche l'assenza per malattia del suo giovane leader, fermato per mesi da una gravissima e misteriosa forma di setticemia che ne mette a rischio addirittura la carriera. Il recupero, lento, è un primo, piccolo miracolo. Il ct Enzo Bearzot lo chiama per i Mondiali di Spagna, che Franco vive quasi da turista non giocando nemmeno un minuto. Davanti a lui c'è un monumento come Gaetano Scirea, e non a caso negli anni successivi il Vecio proverà a farli convivere, spostando senza troppa fortuna il milanista a centrocampo. 

Il Diavolo è nel pieno dell'era Giussy Farina, alti e bassi. Nel 1983 i rossoneri tornano nella massima serie dopo un campionato ricordato ancora oggi dai tifosi come entusiasmante, anche se in B. Baresi è la guida. La Sampdoria di Mantovani lo vuole, il presidente resiste temendo una insurrezione popolare. Il Milan vivacchia nei piani alti, senza troppi acuti. Quando la situazione finanziaria precipita ecco l'uomo del destino di Diavolo e Franz: Silvio Berlusconi. E quasi ineluttabilmente cambia la storia. 

Dopo "l'antipasto" del 1986/87, si inizia sognare: Baresi accoglie Ancelotti, Van Basten e Gullit, che si aggiungono a Donadoni e Virdis. E forma con Tassotti, Paolo Maldini, Evani, Filippo Galli, il giovanissimo Costacurta la linfa vitale della squadra che dominerà il globo per 10 anni. Con Arrigo Sacchi prima e Fabio Capello poi, il numero 6 diventa il simbolo del calcio a zona, con il suo "braccio alzato" per far scattare la trappola del fuorigioco.

Vince tutto: 5 campionati, 3 coppe dei campioni (più due finali perse), due coppe intercontinentali, due Supercoppe europee. Soprattutto, però, impone una rivoluzione totale: pressing asfissiante, linea difensiva a centrocampo, un dominio del campo mai visto, capace di annichilire gli avversari più temuti. Il Napoli di Maradona, l'avversario più difficile affrontato in carriera dal rossonero, con sfide epiche. O il Real Madrid di Butragueno e Hugo Sanchez, travolto 5-0 nella semifinale della Coppa Campioni 1989 e vittima sacrificale anche l'anno successivo, in una faida sportiva da antologia. Quando Sacchi se ne va, sembra la chiusura di un ciclo breve, intenso, irreplicabile. Invece con Capello Baresi entra in una nuova fase: una seconda giovinezza, da 30enne che dimostra 10 anni in più. Intoccabile, ancora inavvicinabile per gli attaccanti. L'esempio di questa aura è la finale di Pasadena, Mondiali di Usa '94. Il suo personalissimo capolavoro. E il fatto che coincida con la sconfitta più amara della sua carriera, la dice lunga.  

Dopo gli Europei 88, finiti in semifinale contro l'Urss, e la delusione tremenda dei Mondiali di Italia 90 conclusi al terzo, amarissimo posto da imbattuto, Baresi riabbraccia Sacchi in Nazionale dopo il flop della mancata qualificazione a Euro 1992. L'Italia gioca benino, ma non splende. E negli Usa ci arriva quasi sfinita, contratta, nervosa. Perde la prima partita contro l'Eire. Nella seconda, contro la Norvegia, il capitano si fa male: menisco ko. Sembra finita per gli azzurri. Sicuramente, lo è per lui. Si deve operare. Ha una sola, flebile speranza: essere disponibile per l'eventuale finalissima, tre settimane dopo. Impossibile. Franco però non vuole mollare il sogno: si opera, ma l'obiettivo è tornare in campo il prima possibile. L'Italia dell'Arrigo e di Roby Baggio, intanto, ingrana. E tra lo scetticismo generale, alla finale ci arriva davvero. Baresi non può fare lo spettatore, non l'ha mai fatto. Stringe i denti, maglietta fuori dai pantaloncini e calzettoni giù alle caviglie. Come la bandana di Pantani: è pronto per la battaglia. Gioca una partita semplicemente perfetta. Non corre e basta: è ovunque, guida i compagni, chiude ogni spiraglio. Si narra che Romario, il fenomeno verdeoro, alla fine del primo tempo rientri nello spogliatoio urlando come un matto: "Mi avevate detto che era morto!". Ma Baresi non muore mai. 

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