Un cantiere aperto, ma con le fondamenta già visibilmente crepate. Il Milan versione 2026/27 si ritrova immerso in un paradosso tattico e comunicativo che rischia di travolgere la stagione rossonera prima ancora che le foglie d’autunno cadano su San Siro. Lo 0-2 subito mercoledì al Meazza per mano del Benfica nell’esordio di Europa League non ha soltanto certificato una sconfitta amara, ma ha spalancato le porte a una crisi d’identità che vede come protagonista assoluto Ruben Amorim. Il tecnico portoghese, arrivato con la fama di innovatore e dogmatico del calcio dominante, si sta trasformando nel principale artefice di una confusione tattica dai contorni inquietanti.
Il dato più impietoso di questo avvio di stagione? Il Milan non ha mai segnato nei primi tempi nelle cinque partite ufficiali disputate finora. Contro Torino, Venezia e Juve 0-0 all’intervallo, con la Lazio i rossoneri si sono ritrovati 0-2 prima di rimontare nella ripresa (2-2), col Benfica il primo tempo si è chiuso 0-1 e il risultato finale 0-2. Se fino a oggi l’allenatore era riuscito a mascherare le false partenze grazie alle scosse arrivate dalla panchina, il carnevale non viene tutte le settimane, e il meccanismo di correzione in corsa è deragliato in Europa. La causa principale di questo caos risiede nell’incessante valzer delle formazioni. Amorim non ha mai schierato lo stesso undici titolare, con ben cinque soluzioni differenti in altrettante uscite.
Un turnover esasperato che il tecnico ha provato a giustificare cosi: «Non è possibile affrontare una stagione con 11 o 14 giocatori. Dobbiamo gestire bene le rotazioni». La realtà del campo, tuttavia, restituisce l’immagine di una squadra priva di una struttura tipo, in cui l’azzeramento della continuità impedisce di sviluppare intesa e fiducia. L’azzardo di schierare contro il Benfica Bartesaghi, Jashari, Hutchinson e Terracciano (con colonne del calibro di Modric, Rabiot, Pulisic e Moreira in panchina) ha varcato la soglia dell’imprudenza.
FRATTURA
Ad appesantire il quadro è la vistosa frattura nella dialettica del tecnico. Nel giro di appena due settimane, Amorim è passato con disinvoltura dall’elogiare la società per «un mercato da 10» al denunciare i limiti strutturali dell’organico subito dopo il ko europeo: «Se la rosa è poco adatta al mio gioco? In parte sì». La sensazione che il portoghese stia già mettendo le mani avanti per tutelare la propria filosofia a scapito del risultato emerge con drammatica chiarezza proprio dalle sue parole: «Se devo fallire, è meglio che fallisca alla grande», fino al cupo presagio sulla sua permanenza: «Voglio aiutare questo club, non so se avrò il tempo necessario».
Una resa anticipata o un goffo tentativo di spostare la pressione su di sé? Quel che è certo è che a San Siro l’aria s’è fatta già pesante. Senza leader capaci di prendere per mano la squadra nei momenti di sbandamento, la gestione Amorim somiglia sempre più a un esperimento precario. E mentre il tecnico dichiara di sentire «il rumore dei nemici che non vedevano l’ora che inciampassi», sulle tribune del Meazza iniziano ad apparire i primi spettri, come quello di Antonio Conte. Ad Amorim restano pochissime fermate per ritrovare la rotta, a partire dalla sfida casalinga di domenica contro il Lecce (20.45), dove già dalla scelta dell’undici titolare non potrà più permettersi di fare esperimenti.