«Lei ha il diritto di rimanere in silenzio. Qualsiasi cosa dirà sarà usata contro di lei in tribunale». Se un tizio in divisa ti dice una roba del genere vuol dire che sei bello incasinato. Hai presente i polizieschi americani del menga? Ecco. La stessa formula ultimamente vale anche nel mondo dell’informazione sportiva, quella che costringe gli allenatori a innumerevoli (e spesso inutili) conferenze pre e post partita. Loro, i tecnici, non hanno diritto a restare in silenzio e quando parlano è probabile che finiranno nel trappolone a forma di penna affilatissima e microfono distorto.
È il caso di Chivu Cristian, allenatore beneamato. Dice «La Champions è un sogno», gli rispondono «ah, è un obiettivo?», «no, un sogno, speriamo con il lavoro di poter arrivare in fondo», «e quindi stai dicendo che quest’anno punti di più all’Europa?», «no, è un sogno derivato dallo status del club ma...», «...e quindi punti alla Champions? L’hanno detto anche tutti i tuoi ragazzi», «No, hanno detto che bisogna ambire al massimo però...», «...però l’obiettivo è la Champions, corretto?». E lui continuerà a spiegare che si tratta di ambizione, e dall’altra parte gli risponderanno che l’ha indiscutibilmente indicata come primo obiettivo.
E quando l’Inter verrà eliminata - cosa probabile, bisogna solo capire in quale momento della stagione - arriverà puntuale il tizio che «oh, ricordi? Chivu aveva detto che la Champions era la priorità» e fa niente se non è così, perché nel 2026 l’informazione non è “ciò che viene detto” bensì “ciò che fa comodo riportare”. «Qualsiasi cosa dirà sarà usata contro di lei in tribunale». Vale nel poliziesco americano e ancora di più nello straordinario mondo del calcio.