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Centri in Albania, la corte Ue zittisce chi gridava al danno erariale

Media e "amici delle procure" definivano i Cpr sull'altra sponda dell'Adriatico "una colossale truffa agli italianI". Ecco perché è tutto falso
di Brunella Bolloli venerdì 24 aprile 2026

3' di lettura

Appena due giorni fa sui soliti organi di stampa amici delle procure si commentava con una certa soddisfazione che nel centro per migranti di Gjader, in Albania, «non è cambiato nulla» e che «il progetto originale resta incompatibile con il diritto Ue».

Sul Fatto quotidiano si parlava di questi Cpr associandoli a «una colossale truffa agli italiani» e la missione di lunedì dei parlamentari di Fdi, andati a rendersi conto di persona del funzionamento delle contestate strutture, veniva definita una «messinscena» facilmente smontabile in quanto a numero dei rimpatri e migranti trasferimenti.

Dal 2023, da quando sono state realizzate le due strutture per stranieri nel Paese amico guidato dal socialista Edi Rama, il centrosinistra non ha perso occasione per smontare l’iniziativa fortemente voluta dal governo Meloni, utilizzando vari argomenti. Uno, in particolare, è quello sul quale Pd, Avs e Cinquestelle, con sindacati e associazioni pro-migranti, hanno insistito di più: il presunto danno erariale prodotto dalla creazione dell’hot spot di Gjader.

Se la premier, interpellata sul tema a ogni punto stampa, insisteva granitica: «I centri in Albania funzioneranno», dall’altra parte scattava la batteria delle dichiarazioni dei contrari, pronti a denunciare lo spreco dei soldi pubblici (da che pulpito) e le mancate priorità dell’esecutivo. Oltre al giornale di Travaglio pure il Domani rilanciava in bella evidenza notizie di esposti alla Corte dei Conti, richieste di chiarimenti sulle risorse impiegate, perdita di denaro pubblico «prodotta da decisioni illegittime o inefficienti». Con un copione che, spesso, si ripete uguale a se stesso: esposto in procura, apertura di un fascicolo, magistrati al lavoro, opposizione all’attacco di Palazzo Chigi, colpevole di studiare un modo per risolvere un problema enorme che l’Italia non è più in grado di sostenere da sola.

È vero, nonostante le dichiarazioni d’amore per la Meloni e per il nostro Paese che Rama ripete ad ogni intervista («all’Italia diciamo sempre sì», ha detto ieri) i centri per il trattenimento dei migranti al di là del mare costano in termini di gestione e non sono gratis.

Ma è falso che sia stato speso un miliardo di euro di fondi pubblici, come ha sbraitato la sinistra, perché la cifra vera parla di 138 milioni in un anno. E poi, in risposta, a chi denigrava il Protocollo Italia -Albania pregustando la bocciatura di Bruxelles, è arrivata la decisione dell’avvocato generale della Corte di Giustizia Europea. Dice che è tutto compatibile. Si tratta di un parere non vincolante, ma l’avvocato generale Nicholas Emiliou ha fatto sapere, smentendo i gufi nostrani, che la Corte debba considerare il Protocollo e la relativa normativa italiana in linea con il diritto dell’Unione europea, a condizione che i diritti individuali e le garanzie riconosciuti ai migranti ai sensi del sistema europeo comune di asilo siano pienamente tutelati.

Un dato è certo: il diritto dell’Unione europea non impedisce a uno Stato membro di istituire un centro di trattenimento per i rimpatri al di fuori del suo territorio. Allo Stato in questione resta l’obbligo di rispettare tutte le garanzie previste dall’Ue per i migranti, incluso il diritto all’assistenza legale, all’assistenza linguistica e ai contatti con i familiari e le autorità competenti.

Ma il Cpr non va smantellato né svuotato, anzi funzionerà. Pd e grillini se ne facciano una ragione. Nessun danno erariale. Il danno, casomai, è avere perso due annidi tempo in polemiche inutili.

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