Il fatto è che è pure sottostimato. Anzitutto perché è il primo studio strutturato che viene analizzato in maniera puntuale in Italia, poi perché riguarda solo i casi effettivamente denunciati, e infine perché una mappatura completa, per ora, non è possibile (l’associazione Trama di terre di Imola, che fa un lavoro encomiabile, è riuscita a consultare i dati di Bologna, Parma, Piacenza e Ravenna, ma per restare appena in Emilia Romagna le province sono nove): l’Osservatorio (pilota) sui matrimoni forzati ha contato, giusto in quello scampolo di territorio regionale e giusto nel 2025, ben 58 donne supportate dai centri antiviolenza per aver subìto nozze coercitive imposte loro dalla famiglia.
FENOMENO STRUTTURATO
Che messa così, forse, non fa neanche troppa impressione, ma in realtà questa rilevazione apre uno squarcio su un fenomeno che è appunto questo, una piaga che si espande a mo’ di macchia d’olio e che non è fatta di pochi casi isolati. È, invece, sistematica, metodica e anche un po’ troppo articolata: la “vicenda Saman”, sì, certo, ci ha sconvolto tutti, è stata atroce, disumana, irreale, ma quante Saman ci sono a cui, forse, non riusciamo a dare voce?
Delle donne (ragazze, alle volte ragazzine) che Trama di terre ha sentito e magari persino aiutato, nove su dieci (l’89,7%) ha chiesto aiuto quando il matrimonio era già stato celebrato; per loro, nel 65,5% degli episodi, a lanciare l’allarme è stato qualcun altro (spesso un assistente sociale o una prof di scuola); in stragrande maggioranza (il 90,4%) hanno tra i diciotto e i 55 anni, anche se la concentrazione maggiore è nella fascia tra i 36 e i 45 (e ci sono addirittura diverse minorenni). Cambia, allora, la questione.
Non è più un trafiletto di cronaca infilato nelle pagine interne (oramai ne leggiamo uno al giorno -l’ultimo a Pisa, ieri, con un 37enne di origini pakistane finito agli arresti e una moglie segregata in casa e minacciata di morte-, per quella vecchia storia dell’uomo che morde il cane, giornalisticamente, fa neanche più notizia), è semmai un problema complesso, sfaccettato, che ci piaccia o no che ci riguarda da vicino.
«Ci siamo resi conto che, anche chi interviene, spesso non ha la formazione adeguata per gestire fatti del genere», racconta Alice Bonoli Del Monte, che è la coordinatrice del centro di Imola: «Ultimamente ci è capitata una minorenne segnalata dalla sua insegnante di sostegno, nel Sud Italia, che ci ha chiamati per chiedere aiuto, ma la ragazzina già tre anni prima aveva riportato la stessa situazione ed era stata ignorata». Della serie: una 13enne che ancora deve venire in Italia, che una mattina si sveglia e si trova un banchetto organizzato in casa sua durante il quale le viene presentato il suo futuro marito, un viaggio verso il nostro Paese tramite i corridoi umanitari, la speranza che, almeno qui, almeno in Occidente, quell’incubo cessi, e invece l’orrore che si ripropone, le pressioni, la promessa, il destino che l’attende.
«Abbiamo tutti una responsabilità di fronte a queste cose», continua Bonoli, «perché un conto è dover lavorare in prevenzione, coi campanelli d’allarme, e un altro è lavorare in emergenza e attivare i codici rossi. Queste ragazze ci chiamano dall’aeroporto, ci è capitato di dover operare con le ambasciate per riportarle in Italia, è molto complesso». Vengono dal Pakistan, ma anche dal Bangladesh, molte dall’India, e dall’Iraq, dall’Iran, persino dalla Romania, dall’Albania e dal Marocco (Trama di terre, dal gennaio scorso a oggi, praticamente in nove mesi, ha già ospitato dieci giovanissime tra i diciotto e i 23 anni nelle sue case-rifugio).
IL REATO IN ITALIA
Tra l’altro c’è la legge. E c’è quel cavillo, la differenza non solo semantica ma anche giuridica, tra un matrimonio “solo” combinato e un altro forzato: il primo consentito dalle norme italiane, il secondo vietato dall’articolo 558 bis del codice penale che prevede fino a cinque anni di galera. Però che succede se le forze dell’ordine, altro presidio sacrosanto, nel momento in cui protocollano una querela scambiano l’uno per l’altro, certo perseguendo la violenza che quella c’è sempre ed è riconoscibile, ma la sfumatura così non modifica le carte in ballo? «Quest’anno abbiamo fatto integrare diverse denunce in questo senso», chiosa Bonoli, «è perciò che puntare più sulla formazione del personale che aiuta ad arginare questo fenomeno è un punto fondamentale. Riconoscere subito che si è trattato di un matrimonio imposto e non solo “organizzato” dalla famiglia significa perseguire fin dal principio un reato. C’è stato un prima e un dopo Saman, nel bene e nel male, nel bene perché ha reso chiaro a tante ragazze che esiste una rete di aiuto e che non è astratta, nel male perché le comunità si sono chiuse ancora di più e sono diventate più controllanti».