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Rogo camper rom a Roma, per polizia probabile faida interna

sabato 13 maggio 2017
1' di lettura

Roma, (askanews) - Il giorno dopo il terribile attacco incendiario al camper rom nel quartiere Centocelle, a Roma, nel parcheggio del centro commerciale "Primavera", quello che resta sono ceneri, un forte odore di bruciato, tanti mazzi di fiori e uno striscione: "Sono morti del quartiere. Siamo tutti coinvolti". Intanto è caccia all'uomo che, secondo le telecamere di sorveglianza del centro commerciale, ha lanciato un oggetto incendiario che ha provocato il rogo nel camper dove sono morte tre sorelle. Gli investigatori sono al lavoro e i magistrati procedono per omicidio volontario e incendio doloso. All'esterno del camper sono state trovate tracce di liquido infiammabile. Gli abitanti della zona si dividono tra chi racconta di prove di dialogo e integrazione con i rom e chi invece sottolinea la difficoltà e la paura in alcune situazioni. Ma la pista che sembra al momento prevalere è quella di una faida interna tra rom. Intanto numerosi sono i gesti di solidarietà arrivati da più parti. Fiori, bigliettini, striscioni. "I giovani della Comunità di Sant'Egidio vi sono vicini nel dolore", si legge in un biglietto. "Riposate in pace, piccoli angeli", recita un altro. Mazzi di fiori anche dal Pd, Quinto municipio.

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"Lago America" al posto di Ontario, i canadesi: Trump fa il bullo

Toronto (Ontario), 28 ago. (askanews) - Davanti allo skyline di Toronto, traghetti, oche e turisti continuano a muoversi sul Lago Ontario. A Washington, Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per rinominarlo "Lake America" nei riferimenti ufficiali del governo federale Usa, nel pieno dello scontro commerciale con il Canada.

Il premier canadese Mark Carney ha respinto subito la decisione: il nome, ha scritto, ha più di 400 anni e deriva da una parola Wendat. Per i canadesi, ha aggiunto, quel lago si chiama Lake Ontario, "allora, oggi e sempre".

Sulle rive di Toronto, prevalgono irritazione e sarcasmo. Mark Weicker, Kitchener, dell'Ontario: "E' il tipico Trump. Si comporta da bullo, provoca, antagonizza, cerca di farti saltare i nervi perché tu abbia una reazione viscerale, emotiva, e ti venga voglia di strangolarlo".

Heather Corrigan, da Toronto (provincia dell'Ontario): "Non penso che abbia alcun diritto di commentare il nome di un lago che non si trova entro i confini del suo Paese. È una fantasia interessante, suppongo, ma non vedo perché dovrebbe commentare una cosa che non ha niente a che fare con lui". "La maggior parte delle persone di Toronto troverebbe ridicola l'idea di rinominare il Lago Ontario. Non credo che lo accetterebbero. È una specie di scherzo sciocco. Penso che la maggior parte delle persone non la prenderebbe sul serio".

Jake Marchuk, dall'Alberta, Canada: "Non penso che significhi granché, a dire il vero. Sta solo cercando di provocarci, di farci arrabbiare, di portarci a detestarlo ancora di più".

Megan Smith, dal New Jersey, Stati Uniti: "Nessuno finirà davvero per chiamarlo Golfo d'America o Lake America o quello che è. Non lo so davvero, sinceramente, perché non significa niente e nessuno lo seguirà. Lo fa solo sembrare stupido".

TMNews

Trump firma il decreto per rinominare il Lago Ontario "Lake America"

Washington, 28 ago. (askanews) - Dopo il Golfo del Messico, ora anche il Lago Ontario: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato il decreto per rinominare il grande lago che separa l'omonima provincia canadese dagli Stati Uniti, "Lake America". Nel farlo, Trump ha ribadito le richieste della sua amministrazione nella guerra commerciale intrapresa contro il Canada, di cui il cambio di nome al lago per decreto è soltanto l'ultima mossa a effetto.

"Possono continuare a produrre le loro auto per il Canada. Ma non vogliamo che ne producano per gli Stati Uniti d'America. È molto semplice. Lo stesso vale per molti altri prodotti. Quindi, il cambio di nome del lago, 'Lake America', è una cosa a cui pensavo da molto tempo, in realtà. Come sapete, abbiamo già preso qualcosa che si chiamava 'Golfo del Messico'. L'abbiamo cambiato, e ora è comunemente chiamato Golfo d'America. Quindi, se ci pensate, abbiamo un golfo e abbiamo un lago. Ora ci manca solo un oceano. Quindi, forse dovremo cambiare il nome dell'Atlantico e, o, del Pacifico. Forse li cambieremo entrambi"

Su X è arrivata la reazione del primo ministro canadese Mark Carney: "Il nome Lake Ontario deriva dalla parola Wendat Ontari'io, che, in modo appropriato, significa: il lago è bello, il lago è grande", ha scritto Carney. "Il nome ha più di 400 anni, precedente sia alla Confederazione del Canada sia alla Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti d'America". "Sappiamo che l'America sta cambiando. Le sue relazioni commerciali, le sue politiche estere, i suoi monumenti nazionali, i suoi idronimi", ha aggiunto Carney. "Anche i canadesi sanno che nominare la realtà significa chiamarlo Lake Ontario - allora, oggi e sempre", ha concluso il leader canadese.

TMNews

Nepal, quasi mille dispersi e ora si teme una seconda inondazione

Milano, 28 ago. (askanews) - Quasi mille persone ancora disperse e una nuova piena che minaccia le zone già devastate. In Nepal l'emergenza non è finita, mentre proseguono senza sosta le ricerche dopo la catastrofe di mercoledì.

Il bilancio intanto continua ad aggravarsi: secondo l'ultimo bollettino delle autorità nepalesi, i morti sono almeno 477 e i dispersi 977, tra cui 517 cittadini stranieri, di cui tre italiani. Più di 5.100 tra militari e poliziotti e 15 elicotteri sono impegnati nelle operazioni di ricerca e soccorso.

Le acque del fiume Trishuli continuano a scorrere cariche di fango attraverso le zone devastate. E a Kathmandu, all'ospedale universitario, i familiari dei dispersi aspettano informazioni e cercano i nomi dei propri cari.

La corsa contro il tempo riguarda anche oltre un centinaio di operai rimasti intrappolati in un tunnel nel cantiere di una diga idroelettrica: i soccorritori nepalesi stanno tentando di evacuarli.

Ma la nuova emergenza è più a nord, al confine con il Tibet. Dopo la gigantesca frana che ha innescato il disastro si è formato un lago di sbarramento, che contiene circa 2,5 milioni di metri cubi d'acqua e continua a crescere.

Con nuove piogge previste, le autorità temono che la barriera di rocce e detriti possa cedere: i soccorsi sono stati sospesi nella zona tibetana di Gyirong e in Nepal la popolazione è stata invitata ad allontanarsi dai fiumi. All'origine della prima piena, secondo le ricostruzioni, ci sarebbe stato il collasso di un ghiacciaio himalayano.

TMNews

Libia, blackout e benzina introvabile nel Paese del petrolio

Tripoli, 28 ago. (askanews) - A Tripoli si entra in negozio con la torcia del telefono accesa. Fuori ci sono quasi 50 gradi, dentro manca la corrente. Nell'estate 2026 la Libia, il Paese con le maggiori riserve di petrolio dell'Africa, vive una delle crisi più pesanti degli ultimi anni: blackout prolungati, scaffali vuoti, frigoriferi fermi, benzina difficile da trovare.

Per restare aperto, Slimen Fitouri ha comprato un generatore: "I black out mi hanno creato molti problemi, soprattutto con i prodotti alimentari. Anche i frigoriferi si sono rotti: due hanno smesso di funzionare. La nostra attività ne ha risentito e non siamo più riusciti a tenere in negozio molti prodotti alimentari".

Il generatore permette di riaccendere le luci, ma consuma carburante. Ma anche benzina e gasolio mancano. Alle stazioni di servizio le code possono durare ore, con auto in fila e gente in attesa di riempire le taniche.

"Si può restare un'intera giornata in fila davanti a una stazione di servizio per riuscire ad avere 10 o 15 litri di benzina, o semplicemente per fare il pieno", dice Abdeslam Zarti, abitante di Tripoli.

La crisi nasce in un Paese spaccato tra due governi rivali, con infrastrutture poco mantenute, investimenti insufficienti e traffici di carburante. Secondo l'Onu e gli esperti, la ricchezza petrolifera non basta a far funzionare i servizi essenziali.

Per Béchir Jouini, ricercatore, "Il problema dei servizi, in Libia, in particolare elettricità e carburante, è prima di tutto un problema di governance, di gestione e di volontà politica. Sono tre elementi collegati".

La Libia produce petrolio e importa una parte rilevante dei carburanti di cui ha bisogno. Ma una quota rilevante non arriva alle centrali e ai distributori: finisce nelle reti di contrabbando, all'interno del Paese o oltreconfine. E' il paradosso della vita quotidiana oggi a Tripoli: in un Paese ricco di petrolio, la corrente salta e la benzina si aspetta in coda.

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