Cerca

Il libro di Simon M. Laham

Gola, lussuria, ira
I peccati fanno bene

Cade l'ultimo tabù: i vizi non sono nocivi. La superbia ci rende più socievoli e felici, l'invidia ci spinge a dare il meglio

Gola, lussuria, ira
I peccati fanno bene

di Daniela Mastromattei

Superbia, avarizia, accidia, gola, lussuria, invidia, ira: se fino a ieri pensavamo che i sette peccati capitali rappresentavano la strada più breve per l’inferno, da oggi possiamo  tirare un sospiro di sollievo. La psicologia sperimentale  ha svelato che se assecondati con saggezza, sono funzionali e rendono migliori. Anche  i vizi più tremendi fanno diventare  più  arguti, vincenti e felici. Parola di Simon Laham, giovane e brillante studioso australiano che nel suo libro Il gusto del peccato (edito da Sperling & Kupfer) dimostra senza ombra di dubbio (o di scrupolo) che «l’immoralità è molto più produttiva, vantaggiosa ed eticamente irreprensibile». Per l’autore «astenersi dal vizio è l’unico vero peccato». In linea con Oscar Wilde che poteva «resistere a tutto tranne alle tentazioni».  

Per secoli i sette peccati capitali sono stati bollati come reati gravi  spaventando a morte grandi e piccini permeando la nostra cultura dalle opere di Chaucer, Dante e Milton ai film di David Fincher,  ora  si scopre  che hanno degli effetti positivi. Troviamo avidi  felici, accidiosi perspicaci, ci rivelano perché l’ira fa di noi dei temibili negoziatori e la superbia aiuta l’autostima.

La superbia è in cima alla lista. Il superbo possiede l’orgoglio autentico. Che vuol dire? Che gli orgogliosi autentici, spogliati dell’arroganza, sono piacevolmente estroversi, divertenti, emotivamente stabili, coscienziosi e aperti a nuove esperienze. Sono meno soggetti a depressione, fobia sociale, ansia e aggressività, più soddisfatti dei rapporti umani, più socializzanti. Hanno anche maggiore autostima. Sono felici. Infelici, forse, lo sono quelli che gli stanno accanto, se non riescono a contenere arroganza, egocentrismo  e spacconeria. 

L’avarizia, vizio legato al denaro: è lì il fulcro del suo status contemporaneo di peccato. Ma la verità è che più si è ricchi più si è felici. I Paesi ricchi sono più felici di quelli poveri. I ricchi sono più soddisfatti della loro vita, hanno più esperienze positive, si divertono di più. Aristotele osservava che benché «gli uomini credano che a rendere felici siano i beni esterni è il disporre  di se stessi che dà piacere, felicità e godimento». E come si fa a disporre di se stessi senza denaro? A conferma della tesi di Aristotele scopriamo che  gli acquisti esperenziali danno più gioia di quelli materiali. Il piacere di andare a sciare o al ristorante sorpassa di gran lunga  il possesso di abiti, gioielli ecc. L’atto stesso di guadagnare denaro è piacevole quanto spenderli. Ecco perché l’avaro è motivato, dà buone prestazioni. È autosufficiente.

L’accidia come inattività fisica o mentale, riluttanza  agli sforzi, alla fatica, lentezza, pigrizia, indolenza, ozio. Più che un peccato somiglia a un pomeriggio domenicale.  Vero è che rallentare, scrive Laham,  fa emergere l’altruista che è in noi, concederci un po’ di accidia e smettere di pensare solo ai nostri interessi ci permette di occuparci un po’ più degli altri. Chi va di fretta ha i paraocchi: cerca di non farsi distrarre da niente e da nessuno. Va dritto verso il suo obiettivo.

Ed ecco l’invidia: il desiderare ciò che è degli altri rende più felici, intelligenti e creativi.  Quando un individuo manca delle qualità, dei successi o dei beni di un altro  individuo e li desidera è invidia benigna. Quando desidera che l’altro ne sia privo  è maligna (questa non ci interessa). L’invida può renderci più creativi, sposta e innalza le nostre aspettative, ci motiva a far meglio e a raggiungere obiettivi sempre più alti.  

L’ira, quell’emozione negativa che può diventare così positiva da migliorare la performance. Ci spinge a perseverare invece di rimuginare sul momentaneo fallimento. Le persone adirate ci appaiono dominanti, forti, determinate: qualità presidenziali. Anche se esprimere rabbia giova a chi già detiene un ruolo di potere. Altrimenti state calmi. 

La gola: mangiare tropo avidamente e cibi troppo costosi. Ma il cibo per l’uomo oggi è non solo fonte di energia, è un’esperienza estetica, sociale, identitaria. Non solo: il goloso che si aggiudica l’ultimo bicchiere di  limonata zuccherata (rapidamente trasformata  dall’organismo in glucosio) è un po’ più sveglio e reattivo, più disponibile, meno aggressivo del depresso a dieta perenne. 

La lussuria, regina dei vizi, si rivela anche regina delle virtù perché chi vuole conquistare il partner è pronto a mettersi in mostra e a spremere al massimo la propria creatività e il proprio ingegno.

Chissà se si rivolterà nella tomba, per questa nuova lettura dei peccati capitali, papa Gregorio Magno. Fu lui in un libro del 590 d.C., il Commento morale a Giobbe a perfezionarli.  Ma non fu lui a inventarli.  Nacquero all’interno della vita monastica altomediale per impedire ai religiosi di perdere il controllo e abbandonare la vita spirituale.  I priori non volevano ritrovarsi a gestire una compagnia di monaci golosi (tra l’altro  nei monasteri non c’era molto cibo a disposizione), né di acciosi, superbi o invidiosi, pronti ad abbandonare allegramente i disagi della vita consacrata al primo banale ostacolo spirituale. 

Ma quei peccati,  per millenni nel mondo occidentale, sono  stati considerati  trasgressioni tutt’altro che condonabili.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog