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La storia secondo Di Pietro: così riscrive il suicidio di Raul Gardini

L'ex pm cambia idea sulla fine dell'imprenditore: "Se lo arrestavo si salvava". Ma lui stesso raccontava altre versioni

Facci e Di Pietro

Facci e Di Pietro

Nulla è più inedito dell’edito, e nulla è più falso di un falso ripetuto. Aldo Cazzullo del Corriere della Sera, che è un eccellente giornalista ma non un feticista di Mani pulite, domenica ha intervistato Antonio Di Pietro e non poteva certo sapere  che l’ex magistrato aveva già dato plurime versioni degli stessi episodi, in primis della morte di Raul Gardini: così il Corriere ha sparato la «notizia» come se notizia ci fosse. È normale, perché è lo stesso Di Pietro a far leva regolarmente sulla mancanza di memoria altrui: ma non sempre gli va bene.

Una notizia dovrebbe troneggiare nel titolo, e il titolo del Corriere, domenica, era questo: «Il mio errore su Raul Gardini. Non lo arrestai per una promessa». Una distorsione della verità, quantomeno: sia perché Gardini era già formalmente arrestato (l’ordine era firmato da tempo) sia perché è stato lo stesso Di Pietro, in passato, a spiegare che fu semplicemente un problema di orario. Ma detta così dice poco. E forse va precisato, anzitutto, che il molisano aveva già parlato della faccenda in Intervista su Tangentopoli (2000, con Giovanni Valentini) e ne Il guastafeste (2008, con Gianni Barbacetto) e in Politici (2012, con Morena Zapparoli Funari) più qualche intervista che nell’insieme prefigura, direbbe Di Pietro, una reiterazione del reato e un ulteriore inquinamento delle prove. Ma procediamo. 

Di Pietro dice ad Aldo Cazzullo: «La sera del 22 (luglio 1992, ndr), poco prima di mezzanotte, i carabinieri mi chiamarono a casa a Curno, per avvertirmi che Gardini era arrivato nella sua casa di piazza Belgioioso a Milano e mi dissero: “Dottore che facciamo, lo prendiamo?”. Ma io avevo dato la mia parola agli avvocati che lui sarebbe arrivato in Procura con le sue gambe, il mattino dopo. E dissi di lasciar perdere. Se l’avessi fatto arrestare subito, sarebbe ancora qui con noi». Ma voleva arrestarlo o no? «Con il cuore in mano: non lo so. Tutto sarebbe dipeso dalle sue parole: se mi raccontava frottole, o se diceva la verità». Il quadro prefigura un Di Pietro quasi umano che adotta le manette come remota ipotesi. Questa versione, che diede anche in passato, viene sintetizzata verso la fine dell’intervista: «Avrei dovuto ordinare ai carabinieri di eseguire l’arresto. Gli avrei salvato la vita. Ma non volevo venir meno alla parola data». 

Bene, ora vediamo come andò davvero. Già nel libro scritto con Valentini è tutto diverso: «C’erano perquisizioni da eseguire, si rischiava di cominciare la sera e di finire a notte inoltrata, per cui decisi di rinviare tutto all’indomani». Rinviare che cosa? L’arresto già firmato. E la parola data a quanto pare non c’entra niente. Ma non è tutto qui: per capire davvero lo stato d’animo di Gardini (di uno, cioè, che arriva a suicidarsi) occorre fare un piccolo passo indietro: in quella prima estate 1993, infatti, il finanziere pensava di potersela cavare come avevano già fatto Cesare Romiti e Carlo De Benedetti, cioè con un memoriale decoroso al momento giusto. Ma altri segnali erano di cattivo presagio. Quando venne a sapere che il pm Francesco Greco (non Di Pietro: Francesco Greco) aveva chiesto un primo mandato d’arresto contro di lui, quasi non ci credette: ma il gip Antonio Pisapia in ogni caso rispedì tutto al mittente. Francesco Greco tornò tuttavia a lavorarci, sinché un altro gip, Italo Ghitti, il 16 luglio accolse il mandato di cattura che rimase sospeso come una spada di Damocle. Il 17 luglio 1993, dunque, Gardini venne a sapere che il mandato d’arresto contro di lui era già stato firmato: al che, coi suoi due avvocati, predispose ben più di un decoroso memorialetto: si dichiarava disponibile a parlare di tutta la vicenda Enimont e anche di soldi ai partiti e  paradisi fiscali. Chiese un interrogatorio spontaneo come altri avevano ottenuto, e mandò l’altro avvocato, Dario De Luca, in avanscoperta: ma quest’ultimo tornò con le pive nel sacco e il segnale era preciso, no, non volevano interrogarlo: volevano arrestarlo. Meglio: volevano interrogarlo, poi arrestarlo, e poi reinterrogarlo da galeotto. È tutto nero su bianco, «carta canta» direbbe lui. Ma ora, a Cazzullo, Di Pietro dice così: «Io avevo dato la mia parola agli avvocati che lui sarebbe arrivato in Procura con le sue gambe, il mattino dopo». Sì, ma per arrestarlo: è lo stesso Di Pietro, nel citato libro con Valentini, a precisare che «Gardini non viene sorpreso dal provvedimento restrittivo, i suoi legali lo informano già dalla sera prima».

Gardini, in sintesi, fu lasciato in «cottura» per un tempo insopportabile con un mandato d’arresto sopra il cranio; il 20 luglio, di passaggio, apprese che il manager socialista Gabriele Cagliari si era suicidato nello stesso luogo in cui Di Pietro lo voleva spedire, e questo con un mandato d’arresto che intanto era sempre lì, sospeso. Sinché i legali confermarono a Gardini che il mandato d’arresto era firmato e che la galera doveva farsela. Dissero che avevano ottenuto di rimandare l’arresto al giorno dopo, ma stando a Di Pietro era solo evitare che le perquisizioni proseguissero sino a notte: cosicché, con le sue gambe o col cellulare della polizia, Gardini sarebbe andato in procura e poi in galera. Ma non resse. Il mattino dopo lesse Repubblica (che riportava alcune anticipazioni de Il Mondo che lo riguardavano) e poi si uccise. La reazione a caldo di Di Pietro (Cazzullo la riporta) fu questa: «Nessuno potrà più aprire bocca, non si potrà più dire che gli imputati si ammazzano perché li teniamo in carcere sperando che parlino». Aveva ragione: qualcuno si ammazzava prima ancora di finirci. E comunque, per farsi perdonare, Di Pietro nello stesso giorno mandò ad arrestare parenti e amici di Raul Gardini, tra i quali Carlo Sama e Sergio Cusani. Eccolo il Di Pietro troppo umano, che a un certo punto con Cazzullo si lascia andare: «La sua morte per me fu un colpo duro e anche un coitus interruptus». E questa commentatela voi. 

Preferiamo rimirare il volo pindarico spiccato da Di Pietro subito dopo: «Poi mi bloccarono con i dossier, quando ero arrivato sulla soglia dell’istituto pontificio... Vada a leggersi la relazione del Copasir relativa al 1995: contro di me lavoravano in tanti, dal capo della polizia Parisi a Craxi». Va bene. Ma lei, Di Pietro - glielo dice uno che quei dossier, alias inchieste giornalistiche, li scrisse - vada a leggersi la sentenza bresciana del 29 gennaio 1997 scritta da Francesco Maddalo, laddove si spiega che i fatti raccontati in questi dossier «si erano radicalmente verificati». E buona pensione.


di Filippo Facci

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Commenti all'articolo

  • Cosean

    23 Luglio 2013 - 11:11

    se lui l'ha riscritto... significa che qualcuno l'aveva scritto precedentemente! E' stato lei, Facci? Non basta avere più mezzi di comunicazione per sostenere una cosa! Bisogna non essere smentiti.

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