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L'ultima tentazione del Cav:l'ammucchiata post elezioni

Obiettivo 25%, per poi condizionare in modo decisivo la formazione del prossimo governo. Partito diviso, Gasparri: "Mai"

Matteo Legnani
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di Salvatore Dama «L'emergenza non è finita, la crisi continua a mordere la nostra economia. Eppoi una sola parte politica non può fare quelle riforme costituzionali che servono al Paese». Chi ascolta i ragionamenti di Silvio Berlusconi lo trova affatto contrario all'ipotesi di reiterare, nella prossima legislatura, una coalizione ampia che veda protagonista, con la sinistra e il centro, anche il Pdl.   Lo champagne è già tutto evaporato. Nel calcio, nelle aziende e adesso anche in politica, le scelte del Cavaliere sono sempre più improntate alla prudenza e al realismo. L'ex premier perciò prepara la sua strategia di retroguardia in vista del voto (anticipato o meno). Obiettivo: contenere le perdite. Silvio non giudica più realistico puntare alla maggioranza dei voti degli italiani, quella stagione si è conclusa con il grande successo del 2008. Irripetibile. Allora il nuovo piano è puntare (ottimisticamente) a un 25 per cento e farlo pesare tutto in sede di formazione del governo, confidando nel fatto che difficilmente il Pd potrà fare molto meglio. Oltretutto è anche il nuovo probabile modello di legge elettorale che, dicendo addio al premio di maggioranza per la coalizione vincitrice, mette tra parentesi il bipolarismo e agevola l'inciucio post-voto.        Quanto alla data delle urne,  Berlusconi sembrerebbe aprire al voto anticipato, ma ieri i colonnelli azzurri hanno impallinato Enrico Letta che parlava di accordo fatto sulla legge elettorale (senza, Napolitano non scioglie le Camere). Così al momento restano due  le certezze che trapelano da Villa Certosa, dove nei giorni scorsi è stato ospite il segretario del Pdl Angelino Alfano. La prima: Berlusconi ha (quasi) deciso il nome del nuovo partito. Sarà “GrandeItalia”, soluzione che gli ricorda molto la sua prima creatura politica, Forza Italia: ai grafici il compito di perfezionare l'operazione-nostalgia. Seconda certezza: l'ex premier ha individuato quale sarà il tormentone della sua campagna elettorale: non più la critica all'euro, ma la difesa dei risparmi degli italiani. Lo slogan, banalizzando, sarà una roba del genere: «Se voti loro, ti becchi la patrimoniale».    Un'altra consapevolezza che si acquisisce parlando con il Cavaliere riguarda la sua ri-discesa in campo. Silvio ha già scelto: è lui il candidato. «Sono l'unico capace di risvegliare l'entusiamo nel nostro elettorato, sono l'uomo delle rimonte impossibili». Perché non scioglie la riserva allora? Perché all'uomo di Arcore piace che siano gli altri a chiedere a lui l'ennesimo, forse ultimo, sacrifico politico.   Va detto però che lo scenario della grande coalizione post-voto fa discutere il partito. Ieri  gli ex Forza Italia hanno aprire il dibattito: «Non  si possono  invocare preventivamente le larghe intese né escluderle a priori, attraverso il rito del “giuramento anticomunista”» perché, spiega il capogruppo vicario del Pdl al Senato Gaetano Quagliariello, «l'emergenza nazionale è una prospettiva che in via ipotetica non può essere elusa da nessun precetto ideologico». Posizioni che attirano le critiche degli ex An. Dure quelle di Maurizio Gasparri: «Troppi nel Pdl, in ginocchio davanti ai nostri avversari, implorano una grande coalizione, che non ci sarà in nessun caso». Poi il presidente dei senatori pidiellini rincara la dose: «È bene mettere in chiaro le cose, con questi rassegnati in circolazione si demotiva il nostro elettorato. Berlusconi ed Alfano ribadiscano la linea alternativa del Pdl». A Gasparri replica Sandro Bondi, che con un suo articolo sul Foglio  aveva evocato le larghe intese: «Preciso di essere mosso soltanto da una profonda e sincera preoccupazione per le sorti dell'Italia, che nulla ha a che fare con il sentimento di rassegnazione o di remissività». Contrari all'inciucio anche Giorgia Meloni e Ignazio La Russa. «La grande coalizione», ricorda l'ex ministro della Difesa, «è una ipotesi che anche Berlusconi, Alfano e Cicchitto hanno ripetutamente escluso. Avere oggi una prospettiva di questo genere, anche solo eventuale, vorrebbe dire mettersi fuori dal progetto e dalla natura del Popolo della libertà». Ed è proprio Fabrizio Cicchitto che prova a spegnere l'incendio: «Francamente», dichiara il capogruppo del Pdl alla Camera, «non abbiamo mai dato molto credito all'ipotesi di grandi coalizioni, a favore o contro le quali vediamo che si scaldano e si accapigliano alcuni cari amici del Pdl».        

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