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Referendum costituzionale, tagliare i parlamentari aumenta l'influenza di quelli più incapaci

Francesco Bellomo
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 Si o no? È una delle domande più antiche, forse quella che più mira a sciogliere i dubbi dell'agire umano, sicché è perfettamente logico che il quesito referendario la ponga. Né può definirsi una domanda suggestiva, poiché comprende tutte le possibili opzioni: di ogni cosa in natura non può che dirsi si o no. Le ragioni dell'una o dell'altra soluzione sono note e le percorro rapidamente solo per evidenziare come nessuna di esse sia decisiva. Dal lato del Si militano la riduzione dei costi della politica, l'incremento di efficienza del Parlamento, l'armonizzazione con i sistemi parlamentari delle principali democrazie europee, l'adeguamento ai tempi, perché oggi esistono altre forme di rappresentanza elettiva in passato assenti (consigli regionali, parlamento europeo). 

 

Si obietta, a favore del No, che il risparmio della spesa pubblica è marginale, la riduzione dei parlamentari aumenta la distanza tra i cittadini e la politica, crea un rischio per la rappresentanza nelle regioni più piccole, accresce il controllo dei partiti sui gruppi parlamentari, incide negativamente sul lavoro delle commissioni. A favore del No si aggiunge la motivazione tattica che un esito negativo del referendum potrebbe determinare una crisi di governo. Queste argomentazioni trascurano il problema di fondo: il Parlamento produce leggi, ossia la più alta forma di decisione sociale. Le virtù del buon legislatore sono saggezza e razionalità, sicché il sistema di formazione e di organizzazione - compreso il numero - delle assemblee legislative dev' essere diretto a ricercare e implementare queste capacità. In teoria l'adeguata composizione delle Camere dipende dal modo in cui la classe politica viene selezionata: contano il ruolo dei partiti, il sistema elettorale, i metodi di formazione del consenso. 

La storia dimostra, però, che al variare di questi fattori poco è cambiato: la qualità dei nostri parlamentari è stata abbastanza costante nel tempo (cioè non elevata quanto dovrebbe) e le oscillazioni sono dipese più dalle contingenze che da elementi strutturali. Il numero dei seggi, invece, necessariamente incide sulla distribuzione dei parlamentari, ossia sulla distribuzione delle virtù (e dei difetti) all'interno dell'organo legislativo. Se su 100 parlamentari 50 sono "buoni" e 50 "cattivi", su 200 sono 100 e 100. La proporzione è la stessa, ma l'effetto cambia e la seconda situazione è migliore della prima, perché la combinazione 100 + 100 più facilmente produce decisioni valide rispetto a quella 50 + 50. Ciò per un dato matematico: al crescere del numero dei parlamentari, cresce la probabilità che quelli "buoni" indirizzino il funzionamento delle Camere. Esemplifico: stimando convenzionalmente il valore del singolo parlamentare "cattivo" = 1, quella del singolo parlamentare "buono" = 2, nella combinazione numerica 100 + 100 il divario di capacità è 100, nella combinazione 200 + 200 il divario è 200. Un valore differenziale di 200 è in grado di condizionare le decisioni più di quanto lo sia un valore di 100. Vi è un'altra ragione per il No: un numero eccessivamente ridotto implica che in alcune funzioni non vi siano parlamentari "buoni" o ve ne siano in numero insufficiente. 

 

È prevedibile che un discorso del genere crei turbamento nelle coscienze, perché muove da una classificazione tra "buoni e "cattivi". Questa divisione, non antropologica ma tecnica, è insita nello stesso concetto di rappresentanza ed è, in definitiva, la ragione per cui le persone scelgono e si affidano a taluno piuttosto che a talaltro. Quanto più la scelta dei parlamentari è imperfetta, tanto più è preferibile che essi siano in un numero apprezzabile, per evitare che i cattivi agiscano indisturbati. Un potere illuminato può essere esercitato da pochi, un potere a volte ottuso deve essere diviso tra molti.

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