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Le feste finiscono, le luci si spengono: resta la spiritualità

L'Epifania tutto si porta via, tranne i problemi: ecco come affrontare il momento in cui la realtà riprende il suo spazio
di Steno Sari domenica 11 gennaio 2026

2' di lettura

Feste finite, luci spente, rumore sparito. E i problemi? Restano tutti. Intatti. La filastrocca “L’Epifania tutte le feste porta via” sembra innocua, quasi infantile. Eppure dietro quelle parole leggere si nasconde una verità più dura: il silenzio che segue le celebrazioni mette a nudo ciò che decorazioni, luci e frastuono avevano solo temporaneamente coperto. Smontati gli addobbi e spente le luminarie, la realtà riprende il suo spazio. Per alcuni è la solitudine, che senza il rumore delle tavolate diventa più evidente. Per altri sono le malattie croniche o gravi, che non conoscono tregua né rispettano le festività del calendario. Per altri ancora è il lavoro, un peso quotidiano che nessuna festa riesce davvero ad alleggerire. Intanto, fuori dalle nostre case, i conflitti continuano e la parola “pace” resta più invocata che praticata.

Perché sembra così difficile da raggiungere? Forse perché continuiamo a cercarla nei cambiamenti altrui, nelle circostanze ideali, in un benessere che dovrebbe arrivare dall’esterno. Oggi manca una visione equilibrata, un punto di riferimento interiore stabile. Manca la capacità di fermarsi e di guardarsi dentro senza paura. Le feste funzionano come uno specchio: alleggeriscono per qualche giorno, poi ciò che è irrisolto torna a emergere con maggiore forza. È proprio in questo spazio che la spiritualità, un valore spesso sottovalutato, mostra la sua forza concreta.

Non come evasione dalla realtà, ma come strumento di profondità. Non elimina il dolore né la perdita, ma impedisce che diventino vuoto o disperazione. Offre una prospettiva che consente di riconoscersi anche nelle proprie fragilità, senza esserne annientati. Forse l’Epifania non porta via solo le feste. Porta via anche le illusioni. E ci mette davanti a una scelta: continuare a riempire il tempo di frasi rassicuranti, oppure affrontare la realtà con onestà.

È proprio quando il rumore si spegne che emerge ciò che regge davvero la vita. In questo spazio nudo, la spiritualità rivela il suo significato più autentico: non consolazione facile, non rifugio emotivo, ma profondità. È la capacità di stare nella realtà senza esserne schiacciati, di attraversare il dolore senza trasformarlo in disperazione. Impedisce che i problemi diventino l’unica misura dell’esistenza.

In un mondo materialista e dedito ai piaceri, questa dimensione è sempre più difficile da vivere. Ogni vuoto viene riempito in fretta, ogni inquietudine distratta, ogni silenzio evitato. Il valore dell’uomo sembra misurarsi solo in ciò che possiede, produce o mostra. Eppure è proprio questa corsa continua a renderlo più fragile, incapace di reggere le fratture inevitabili della vita.

Le feste finiscono. Le luci si spengono. La vita resta. La spiritualità non nasce da rituali o date simboliche, ma da un lavoro personale quotidiano, da uno sguardo profondo sull’esistenza vissuta come relazione, cura e responsabilità, con Dio e con il prossimo. È lì, senza orpelli e senza rumore, che l’uomo è chiamato a interrogarsi su ciò che conta davvero.

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