Raccontare i soldi è sempre un’impresa ardua. Che si parli di finanza tradizionale, criptovalute o di mercati globali, il rischio è duplice: usare un linguaggio tecnico che respinge oppure, scivolare fatalmente in un moralismo che condanna. Romanzi e serie tv oscillano nella diade tra celebrazione e demonizzazione della ricchezza, raramente riescono a spingersi oltre e ciò strizza l’occhio al sentimento di odio sociale che innesca questo tema. Ma il denaro, prima ancora di essere simbolo, è una leva. Spezza equilibri e crea possibilità perché riduce l’attrito con il mondo. Non è il peccato originale, non è lo sterco del diavolo, è uno strumento che amplifica le ambizioni e conferisce potere, ma può far emergere anche le fragilità.
IL CASO INDUSTRY
Su HBOMax sono finalmente disponibili le quattro stagioni di Industry, serie ambientata nella finanza londinese che racconta la competizione e la brutalità del successo. I giovani analyst non inseguono il lusso ma lo status. Vogliono restare dentro il gioco mentre il mercato fluttua, surfando sulle oscillazioni della sterlina, intercettando i trend. La carriera è fatta di notti insonni e pressione costante. Qui il denaro misura la resistenza ed il vero tema non è l’avidità, ma il prezzo del successo sul work-life balance. La meritocrazia, a questi ritmi, mostra il suo volto più esigente, cannibalizzando tutto il resto che scompare, come fosse rumore di fondo.
Una parte sempre più consistente delle nuove narrazioni è stata ammaliata dal mondo delle cryptovalute che ha promesso una nuova élite senza filtri e senza controllo statale. Non più carriera lenta e gerarchica, ma salto rapido, disintermediazione. Se Industry racconta la disciplina della banca d’investimento, l’immaginario crypto ha raccontato la possibilità di costruire ricchezza fuori dai circuiti tradizionali. Due modelli diversi di mobilità, due linguaggi del successo. Ma la sostanza non cambia: il denaro resta leva che modifica gli status social. La nascita stessa di bitcoin è una grande narrazione. Ne La vita segreta (Adelphi), Andrew O’Hagan racconta l’enigma di Satoshi Nakamoto, il creatore di Bitcoin: un fondatore invisibile sparito nelle maglie del sistema digitale, esempio perfetto del modo in cui il possesso della ricchezza cambia l’architettura, non la dinamica del potere.
Nel romanzo I diavoli di Guido Maria Brera (Rizzoli, poi divenuto una serie tv) questa leva assume una dimensione globale. I mercati non sono caricature, sono strutture. Non c’è complotto, ma sistema. Gli uomini indossano sempre completi sartoriali – come accade in Wall Street con il mitico Gordon Gekko – ma il potere non si manifesta nel lusso ostentato, bensì nella capacità di leggere flussi, anticipare movimenti, comprendere interconnessioni internazionali prima degli altri. È una questione di tempismo e rischio calcolato. Da qui nasce la sensazione che la finanza governi il mondo: non perché sia faustiana, ma perché intercetta le istanze della realpolitik e sa sfruttare i momenti di crisi globale. Per quanto sia ardua da narrare, la narrativa contemporanea è sempre attratta dal tema della ricchezza. Nel romanzo Universality (NNEditore) Natasha Brown fa ruotare tutto attorno a un lingotto d’oro: «È sporco e graffiato, più piccolo di quanto uno si aspetterebbe. Ma è innegabile che faccia effetto, semplicemente in quanto incarnazione fisica dell’estrema ricchezza».
CARO VECCHIO ORO
Niente azioni né algoritmi ma oro puro del valore di mezzo milione di sterline. È la forma primitiva del capitale, quella che si può toccare, nascondere o trasportare nella notte dentro a semplici borsoni di tela, (come raccontano le fughe precipitose dei dittatori nella modalità descritta da Woody Allen, Prendi i soldi e scappa). Nel romanzo di Brown - battezzata dalla stampa inglese come una moderna Jane Austen - fra il thriller e la satira sociale, il denaro incarna soprattutto un cruciale ruolo simbolico. È quello dei nuovi ricchi inglesi che comprano proprietà di campagna diroccate o si intestano la proprietà dei pub sull’orlo del fallimento, con l’idea di proteggere la cosiddetta Old England e fatalmente, la ricchezza parla di valori e radici nella comunità fra pinte di birra tiepida, titoli nobiliari e giacche Barbour nuovi di zecca.
Non siamo ingenui, il denaro attrae e ammalia. Offre protezione e potenza. Ma le narrazioni più riuscite non giudicano la ricchezza, ne osservano le conseguenze e rivelano che il potere contemporaneo non coincide soltanto con il possesso dei capitali, ma necessita sempre di una narrazione consona. Il punto dirimente non è se il denaro piaccia o meno, Piuttosto, se siamo disposti a capirne davvero le regole. Demonizzare il denaro, condannarlo come fosse una colpa, è fin troppo semplice. Capirne il funzionamento, invece, richiede responsabilità. Le storie migliori lo fanno. Il dibattito pubblico, molto meno, preferendo colpevolizzare i vincitori e aizzare le fiamme dell’inferno.