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Quando libri (e scrittori) finiscono in tribunale

Da Salinger a Tolkien, dal “Codice da Vinci” a “Twilight”: dietro a molti capolavori si sono consumate lunghe battaglie legali
di Silvia Stucchi mercoledì 14 gennaio 2026

3' di lettura

Quando nominiamo i capolavori della letteratura, che hanno reso famosi e ricchissimi i creatori di saghe immortali, noi pensiamo al genio degli scrittori, ma non pensiamo mai che, dietro i grandi successi, ci sono anche questioni e, spesso, beghe legali non da poco. A queste Marina Lenti dedica Litigi letterari. Curiosità, retroscena e cronache giudiziarie delle grandi controversie sul diritto d’autore (Alpha Test, 150 pp., 15,90 euro). L’autrice, avvocato, esperta di diritto d’autore, è anche appassionata di fantasy, e, negli anni, ha dedicato varie opere, nonché un profilo biografico a J. K. Rowling, la creatrice di Harry Potter (J. K. Rowling, l’incantatrice da 450 milioni di lettori, Ares 2016).

Dall’alto della sua esperienza e competenza, dunque, Marina Lenti ricostruisce dodici controversie sul diritto d’autore relative a opere celeberrime: la prima, La battaglia nella segale presenta la battaglia legale che J. D. Salinger, autore del Giovane Holden (il cui titolo originale è The Catcher in the Rye), intentò a un tale J.D. California, che aveva dato alle stampe un sequel non autorizzato del romanzo-mito per milioni di giovani: 60 years later: coming through the rye. In quest’opera, il signor C. (ovvero, Holden Caufield) è un 76enne distrutto dalla vita, che gli ha donato solo delusioni. Naturalmente, l’autore (Fredrick Colting) - che sfruttò per questo romanzo un nome d’arte (John David) casualmente identico nelle iniziali a quello di Salinger -, pur rivendicando l’autonomia della sua creazione, non fece altro che realizzare un plagio da Salinger, anzi, come ebbe a decretare il giudice, un libro animato da un “intento parassitario” nei confronti dell’opera di riferimento. Del resto, nell’iniziativa andava ravvisata molta ingenuità, oltre che grande ignoranza basilari norme del diritto d’autore.

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Il volume raccoglie storie bizzarre, come quella di un fan di Tolkien, così entusiasta da ideare un romanzo per spiegare che fine abbiano fatto gli altri anelli, quelli cui si accenna soltanto nella saga tolkieniana (Anelli perduti e anelli ritrovati, p. 105 sgg.): nacque così The Fellowship of the King (“La compagnia del Re”, singolarmente assonante, nel titolo in inglese, a The Fellowship of the Ring, “La Compagnia dell’Anello”: che caso, eh?), opera che incorporava molti, troppi elementi del canone tolkieniano. Il saggio di Marina Lenti, oltre a raccontare cause curiose e bizzarre, ha un carattere anche didattico, perché le vicende ricostruite chiariscono incontrovertibilmente che cosa sia plagio e che cosa no: è il caso del capitolo Qualcuno ha “rubato” il sacro calice?, perfetto paradigma per capire la differenza sostanziale fra opere saggistiche e opere d’invenzione. Benché, infatti, siano entrambe opere dell’ingegno, un saggista difficilmente potrebbe sostenere con ragione che un romanziere l’abbia plagiato, soprattutto se si parla di un’opera di narrativa come Il Codice Da Vinci di Dan Brown a confronto con Il santo Graal di M. Baigent – R. Leigh – H. Lincoln.

In verità Brown non negò mai di avere usato come fonte anche tale saggio, ma sostenne, e provò, che il tema centrale del suo romanzo proveniva da altri libri: invece, gli autori del saggio che citarono Brown, per definire il tema centrale del loro libro (e quindi dimostrare inoppugnabilmente che il romanziere l’aveva copiato), cambiarono idea e testo durante il processo, con tagli e riformulazioni, dando cioè l’impressione che non avessero avuto una idea unitaria e coerente, ma la riformulassero ad hoc, seguendo pedissequamente Il Codice da Vinci.

Altrove Lenti dimostra che non si può parlare di plagio quando due opere presentano affinità labili, riconducibili a topoi, ovvero a luoghi comuni (cliché, potremmo definirli), nella struttura del racconto e nella definizione dei personaggi. Quando tali topoi, addirittura, si trovano in racconti appartenenti a culture diversissime, si parla, non potendo ipotizzare contatti diretti, di topoi poligenetici, o archetipi narrativi (ricordate le Funzioni di Propp che studiavamo alle medie?). Tale fu la contesa che oppose S. Meyer, creatrice di Twilight, a J. S. Scott, studentessa autrice di The Nocturne. Secondo J. Scott, S.

Meyer avrebbe plagiato il suo romanzo, ambientato nella Francia del XIV secolo, il cui protagonista diventa un vampiro assassino per vendicare la morte dell’amata. A sostegno della tesi, venivano elencate alcune scene (un matrimonio, una scena d’amore sulla spiaggia, una sequenza in cui i protagonisti discutono del nome del loro bambino) assai poco probanti. Oltre che un libro gustoso, quindi, Litigi letterari è anche una lettura formativa per gli aspiranti scrittori e per chi vuole approfondire l’ambito affascinante del diritto d’autore.

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letteratura
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