Siamo più di 8 miliardi. In Europa occidentale, Stati Uniti d’America, Canada, Australia e Nuova Zelanda, cioè quanto comunemente si intende per «Occidente», abitano meno (molto, secondo certe stime) dei due terzi di un miliardo. L’Occidente è cioè totalmente minoritario: per la stragrande maggioranza del pianeta l’espressione non ha nemmeno senso e per certuni è addirittura un nemico giurato. Per di più, il senso dell’Occidente lo ha smarrito ampia parte dell’Occidente stesso. Che senso ha, allora, parlare di difesa della civiltà occidentale? Uno dei più grandi intellettuali occidentali, Rémi Brague, la mette in questi temini: «Se la nostra civiltà scomparisse, sarebbe davvero un male?».
Brague lo fa in un libercolo insidioso (nel senso più intrigante dell’espressione) e libero (nel senso più autentico della parola): Rileggere l’Europa. Cristianesimo e storia (pp. 124, €14), pubblicato dalla milanese Ares e curato da Alessandra Di Pilla con una prefazione di Angela Maria Mazzanti. Il volumetto riproduce una conversazione con l’Associazione Patres (nata nel 2010, studia l’incontro fra le culture dell’Antichità e il cristianesimo dei primi secoli) e due saggi in prima traduzione italiana.
Settantotto anni, francese, professore emerito di Filosofia medioevale e araba nella Sorbona di Parigi, membro dell’Institut de France, Brague si descrive come «un filosofo che di tanto in tanto legge libri di storia». Quel che intende dire è che «se facciamo a meno della nozione di avvenimento cessiamo di fare storia». Sembra banale, ma è il contrario. Quante pagine sull’avventura umana sono infatti occasioni sprecate in elenchi statici di segmenti slegati e solo giustapposti o, sul fronte opposto, proclami anacronistici di strumentalizzazioni ideologiche? Fare storia è invece «arrivare a dire che ogni avvenimento improvviso è la conseguenza di tutta la storia passata».
Solo apparentemente è un’altra ovvietà. Quante pagine restano mute sotto la polvere delle librerie solo perché i loro autori non sanno riconoscere i fatti, le loro unicità e lo slancio vitale che li percorre come una scossa, attraendoli magneticamente gli uni agli altri a formare catene lunghe, spesso tortuose, non di rado sorprendenti, che danno il senso vero della trasmissione lungo il tempo, altrimenti detta tradizione? Tanto per non nascondersi dietro ad alcun dito, Brague asserisce sicuro: «Direi che [...] Cristo [...] è forse l’unico avvenimento che abbia mai avuto luogo, l’unico che sia potuto accadere, arrivare. [...] Ciò che noi chiamiamo storia è come un caleidoscopio dentro al quale girano i medesimi frammenti colorati, con un’eccezione: quella di Colui che è venuto da altrove, Colui che è venuto dal Padre, dunque da un altrove radicale, Colui che è venuto nel mondo e che quindi non era nel mondo, non era del mondo. In definitiva, potremmo dire che questo è l’unico avvenimento che abbia mai avuto luogo: tutti gli altri sono solo dei quasi-avvenimenti, che sembrano accaduti, ma che in realtà erano già lì e noi non lo sapevamo, non li avevamo notati».
Brague muove insomma una sfida frontale al mondo intero con una scommessa cosmica al cui confronto quella, famosa, di Blaise Pascal impallidisce. La domanda iniziale, «se la nostra civiltà scomparisse, sarebbe davvero un male?», trova infatti, per il filosofo francese, senso pieno solo nel contesto di quell’avvenimento di fronte a cui tutto il resto è unicamente ombra. E questo perché, dice, «è il cristianesimo che ha inventato la cultura». Spiega Brague che «la cultura [...] è un sistema di norme, che mirano tutte ad assicurare la perennità dell’uomo e dell’umano». E «non appartengono all’ambito della storia, ma a quello della natura», e questa è «creata da Dio». Il punto non è insomma difendere o meno la civiltà occidentale perché maggioritaria, o “buona”, “bella”, “superiore”. Il punto è non dilapidare le norme di sopravvivenza e prosperità che sono la natura umana e che quello che chiamiamo Occidente ha eretto in civiltà. Per tutti, anche se è minoranza.