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L'insostenibile autolesionismo dell'Occidente

Il direttore del Foglio descrive la cultura dello sfascio per cui la nostra civiltà è colpevole di tutto. Pure della violenza altrui
di Claudio Cerasa mercoledì 28 gennaio 2026

4' di lettura

La colpa, ovviamente, è sempre nostra. È nostra se una democrazia viene aggredita. È nostra se un autocrate colpisce i simboli della nostra libertà. È nostra se un islamista si fa esplodere a Mosul. È nostra se un terrorista uccide vignettisti. È nostra se un fondamentalista accoltella israeliani. È nostra se un integralista fa una strage in un centro disabili. È nostra se un uomo a nome dell’Isis spara tredici colpi di pistola a un poliziotto di Filadelfia. È nostra se l’esercito russo invade l’Ucraina. È nostra se un paese aggredito decide di rispondere a uno Stato aggressore. È nostra se i terroristi di Hamas colpiscono Israele. La colpa è sempre nostra, ovviamente, e la responsabilità è sempre dell’Occidente mascalzone che, con l’atteggiamento, con le parole, con le guerre, con le bombe, con la sua cultura, con i suoi valori, con il suo non voler arretrare, con il suo non voler sparire, non fa altro che provocare. Semplicemente: se l’Occidente viene colpito, è perché se l’è cercata.

Douglas Murray è un grande giornalista inglese. È un volto rispettato dello Spectator. È autore di saggi notevoli venduti in tutto il mondo. E pochi giorni prima che cominciasse la guerra in Ucraina ha dato alle stampe un libro importante che meriterebbe di essere regalato a tutti i falsi amici delle democrazie liberali. Il titolo del libro è Guerra all’Occidente. E il senso del saggio di Murray è presto detto: da troppi anni, il mondo libero ha scelto di combattere contro se stesso, mettendo in discussione le radici stesse della tradizione occidentale, alimentando il senso di colpa dell’Occidente e dando forza a uno spirito disfattista, devastante e corrosivo, che ha permesso di regalare un’autostrada ai suoi nemici esterni.

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La più grande minaccia alla nostra civiltà, scrive Murray, non viene da una intimidatoria potenza armata di aerei da combattimento e di artiglieria pesante, ma viene da un pensiero diffuso «all’interno dell’Occidente che intende smantellare il tessuto delle nostre società, pezzo per pezzo, mosso dalla convinzione di dover dimostrare che l’Occidente è dominato dal peccato, che l’Occidente è colpevole di un numero infinito di crimini e che le culture occidentali meritano di essere quotidianamente processate sulla pubblica piazza». Pubblichiamo la prima parte del capitolo «Contro il senso di colpa dell’Occidente» in cui l’autore analizza l’autolesionismo di cui, ormai da anni, soffre la civiltà occidentale.

La tesi di Murray è questa: la narrativa dell’odio dell’Occidente verso se stesso ha reso per troppo tempo gli stessi occidentali «parte attiva della distruzione della propria civiltà». E il tentativo di denigrare e distruggere tutto ciò che ha reso grande la civiltà occidentale ha creato conseguenze di lungo termine: ha trasformato il passato in un’arma autodistruttiva e ha convinto le nuove generazioni del fatto che la nostra civiltà sia intrinsecamente malvagia e che dunque debba essere rinnegata, svalutata e rifiutata. E tutto questo ha rimosso dal nostro orizzonte l’idea che le società occidentali siano invece le uniche in grado di difendere il nostro benessere senza sacrificare la nostra libertà. Il brodo di coltura antioccidentale, in questi anni, è stato alimentato in modo simmetrico dal populismo illiberale di sinistra e dal nazionalismo liberticida di destra. Ed è all’interno di quel brodo di coltura che nel mondo, negli ultimi anni, hanno preso coraggio diverse categorie di individui, diverse categorie di soggetti, diverse categorie di nemici della nostra libertà.

Tra queste categorie, una merita di essere isolata e in un certo senso valorizzata: quella dei cosiddetti «complessisti» della guerra. Tutti coloro cioè che, armati del loro pregiudizio antioccidentale (e antiamericano), hanno cercato in questi anni ogni scusa per demonizzare la resistenza contro un dittatore sanguinario di nome Putin. Putin attacca l’Ucraina? La colpa è dell’Occidente che se l’è cercata, minacciando la Russia. Hamas attacca Israele? La colpa è dell’Occidente che se l’è cercata, difendendo l’esistenza dello Stato ebraico. Un islamista attacca l’Europa? La colpa è dell’Occidente che gioca con l’islamofobia. Un tifoso di una squadra di calcio aggredisce un tifoso di una squadra israeliana? La colpa è dell’aggredito, perché è complice delle oscenità portate avanti dal suo paese.

Il momento in cui l’Occidente generalmente dà il peggio di sé si manifesta ogni volta che si ritrova a dover fare i conti con una tragedia legata al terrorismo islamista. Quando l’islamismo attacca, quando l’integralismo colpisce, quando l’estremismo jihadista affonda, il senso di colpa dell’Occidente porta automaticamente a minimizzare, a ridimensionare, a contestualizzare, a non voler guardare in faccia la realtà, a non voler andare a studiare le radici di un atto barbarico, per evitare di offendere, per evitare di turbare, per evitare di generalizzare.

Lo schema è sempre lo stesso: siamo noi che provochiamo, non sono loro che agiscono, e per non innescare altre reazioni, si pensa, il modo migliore è ritirarsi, farsi da parte, nascondersi, rinnegare se stessi, perché, dice l’occidentalista collettivo, chiamare le cose con il loro nome è pericoloso, parlare di islam integralista è rischioso, parlare delle radici violente del Corano è oltraggioso e allora meglio, molto meglio, nascondersi, preoccuparsi di far calare un velo ipocrita sulle radici del male e della violenza e considerare ogni atto di terrorismo come il frutto dell’azione folle di qualche pazzo, di qualche lupo solitario, che ha agito o in preda all’irrazionalità o in modo del tutto isolato, magari perché emarginato dall’Occidente.

La ritirata culturale dell’Occidente è un tema presente con una certa costanza nella quotidianità delle cronache mondiali. Ma quando la ritirata si trasforma in una resa, occorre smetterla di fischiettare, occorre smetterla di far finta di nulla e occorre semplicemente provare a guardare la realtà con occhi diversi. E provare a guardare la realtà con occhi diversi, per esempio quando si parla di estremismo dilagante, quando si parla della capacità di non confondere il vaccino con il virus, la cura con la malattia, significa anche avere il coraggio di non arretrare quando la nostra civiltà, in preda a una forma tossica di autolesionismo e di pessimismo letale, è sotto attacco.

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