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Fascismo, quegli insospettati legami con la rivoluzione francese

Un volume di Carlo Talarico mette in evidenza i punti di convergenza tra due eventi storici, che solo apparentemente sembrano antitetici
di Lorenzo Cafarchio martedì 24 marzo 2026

2' di lettura

Quando scorrendo tra lo scaffale delle novità editoriali ci imbattiamo in Le due rivoluzioni: Fascismo e Rivoluzione francese (320 pp.; 28,00€) di Carlo Talarico, pubblicato da Oaks editrice, l’idea di essere nel campo dell’antinomia è forte. Da una parte il 1789 dall’altra il 1922, quasi un secolo e mezzo di distanza eppure i punti di convergenza emergono. A spiegarlo è lo stesso Mussolini: «Le negazioni fasciste del socialismo, della democrazia, del liberalismo», afferma il Duce nel 1932 alla voce “La Dottrina del Fascismo” nell’Enciclopedia italiana, «non devono tuttavia far credere che il Fascismo voglia respingere il mondo a quello che esso era prima di quel 1789, che viene indicato come l’anno di apertura del secolo demo-liberale. Non si torna indietro». Nella premessa Mario Bozzi Sentieri parte dal compianto Giuseppe Parlato per dare fiato alla sinistra fascista. Giuseppe Bottai qui è l’anima delle mosse. «Noi non possiamo fare a meno di riconoscere che la Rivoluzione francese è veramente uno dei massimi avvenimenti della storia dell’umanità», afferma. «Lo spirito moderno, che acquista consapevolezza della propria potenza creatrice, della propria assoluta libertà, del proprio assoluto valore (...). La Rivoluzione francese è tutto questo, e negare o irridere è vano».

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Da queste tesi prende forma nel 1933 Le due rivoluzioni. L’opera è di quelle che vogliono cementare il passato del ’700 incarnando il Risorgimento di Mazzini e di Pisacane. Un testo che pone sotto una nuova luce il concetto di uguaglianza. Che per i fascisti, alla Talarico e pure alla Mussolini, sono proseguo di omogeneità davanti alla legge degli uomini. Principio inserito in una scala gerarchica, sul piano delle responsabilità, che supera il trinomio “libertè, egalitè, fraternitè” per approdare alla formula italiana di “autorità, ordine e giustizia”. Il volume è diviso in due parti. C’è l’analisi delle rivoluzioni attorno a Parigi e attorno a Roma in cui la seconda è il superamento e compimento della prima. Il collegamento? L’intramontabile sindacalismo di Georges Sorel. Quest’ultimo, infatti, «violento come Marx e Nietzsche, crede, come Mazzini, nell’azione in quanto con essa gli uomini diventano creatori e foggiatori della propria storia».

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E poi lo sbarco tra le lande di Giambattista Vico. Il nesso di civiltà è la chiave per comprendere che siamo immersi nella storia che è continuamente applicata, che continuamente torna e si completa per rifarsi e rifarci in quanto italiani, in quanto europei. Ed è il concetto fascista di libertà che ci spiega questa evoluzione. Perché il fascismo non ha negato la libertà individuale, l’ha messa al centro dello Stato. Giovanni Gentile osservava nell’emancipazione «un dovere da adempiere, la più alta conquista». La volontà, in ultima istanza, di creare «una democrazia organizzata, centralizzata, autoritaria». Dove le due rivoluzioni diventano «la sintesi di una antitesi». Cioè? «L’inizio di una nuova Era per l’umanità».

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