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La femminista spirituale che difendeva la femminilità

Ritratto dell’intellettuale che combatté tutta la vita per i diritti di quello che definì il «Secondo sesso». Senza dimenticare mai che «donne non si nasce, si diventa»
di Claudia Gualdanamercoledì 1 aprile 2026
La femminista spirituale che difendeva la femminilità

4' di lettura

L a prima cosa a cui pensi, approcciandoti a un testo critico su Simone de Beauvoir, è la sua frase più celebre: «Donne non si nasce, si diventa». Perché ci si trova a riflettere su che uso distorto se ne sia fatto, magari senza neanche averla mai letta o sentita da nessuna parte, dato che oggi basta che uno si svegli storto una mattina per inventarsi di esser donna “percepita”. Nella sua più che brillante intelligenza, l’autrice di Secondo sesso, compagna di Sartre e scrittrice di eccellenti romanzi (Non mi pare di aver letto nulla, nel testo qui presentato, su Tutti gli uomini sono mortali ed è davvero un peccato, perché è un gran libro), liquiderebbe questa follia come l’ultima, e forse più grave, violenza sulla donna, perché è la sua negazione ontologica. Ma tant’è, così è andata; di femministe come lei purtroppo non se ne vedono e Dio solo sa quanto ce ne sarebbe bisogno.

De Beauvoir era una figura straordinaria, non ha mai sfigurato accanto al suo poco attraente compagno, con cui viveva una relazione aperta, come si dice oggi, in cui insomma le corna erano un diversivo per durare. E sono durati eccome: Simone muore nel 1986, pochi anni dopo il compagno, che non aveva mai sposato, rifiutando il matrimonio poiché strumento di sopraffazione sulla donna. Tuttavia non era come le erinni di oggi, men che meno nell’aspetto impeccabile. De Beauvoir era bella ed elegante con quel suo chignon inimitabile; era di buona famiglia, aveva una classe naturale. Era una persona diversa da Simone Weil, che oltraggiava la sua femminilità con abiti maschili e un impegno politico e sociale duro al punto di portarla a una morte precoce. Le due si incontrarono una volta ma Weil interruppe ogni contatto: la bella signora non le piaceva affatto, l’aveva definita «Una piccola borghese spiritualista».

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Definizione neanche troppo sbagliata, infatti è il titolo di uno dei capitoli del libro Simone de Beauvoir di Paola Cattani (Carocci, p. 124, € 13), un ritratto intellettuale di colei che è stata filosofa, romanziera, memorialista, l’esistenzialista che aveva letto – e per giunta capito – Heidegger, amava Bergson e perfino i mistici cristiani. Quando la Weil la definisce “spiritualista” allude infatti ai dubbi e alla scarsa militanza socialista di una donna che era stata educata nel cattolicesimo e, sotto sotto, in qualche modo Dio lo aveva accantonato, sostituito, non eliminato del tutto dalla coscienza. Lo afferma lei stessa in un passo qui citato, quando spiega perché aveva deciso di scrivere; lo aveva fatto perché la letteratura le «Avrebbe assicurato un’immortalità che avrebbe compensato l’eternità perduta; non c’era più un Dio che mi amava, ma io avrei bruciato in milioni di cuori». E così è stato. Secondo sesso è un successo planetario; I mandarini vince il premio Goncourt: entrambi finiscono all’indice dei libri proibiti in una Francia ancora profondamente cattolica. Si era tra il ’49 e il ’54, Beauvoir sembrava un’aliena in un mondo in cui la donna era ancora considerata l’angelo del focolare, basti pensare che in Francia al “secondo sesso” il voto è concesso nel 1944, qui da noi l’anno successivo. Nel ’68 fu considerata la madrina, o meglio la madre, del movimento femminista, che aveva anticipato di almeno vent’anni.Altri tempi, altre donne. Ci sarebbe molto altro da dire, ma per questo vi rimandiamo al libro.

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Possiamo aggiungere che Secondo sesso è stato riproposto circa un mese fa da Il Saggiatore e che quest’anno sono ben quaranta che il mondo va avanti senza di lei, sempre che invece non stia andando indietro, come certi brutti ceffi farebbero pensare. Spiace che non abbia visto Merkel, Meloni e von der Leyen al potere. Donne importanti che, essendo lei di sinistra, non le sarebbero piaciute. Ma le sarebbero piaciute anche meno le smemorate che difendono il diritto a fregiarsi di un simbolo di oppressione come lo chador, quindi è stata fortunata a lasciare questo mondo prima di assistere alla pericolosa involuzione di un movimento cui, piaccia o meno, siamo tutte debitrici. Era poi a modo suo contradditoria: difendeva il diritto all’aborto – «Un fenomeno così diffuso che bisogna considerarlo come uno dei rischi normalmente implicati nella condizione femminile» chiarendo tuttavia di non avervi mai fatto ricorso. Per una donna, per qualsiasi donna, è una sconfitta e una ferita che non si rimargina, ma non è il caso di fare del moralismo parlando della gran dama un po’ libertina della letteratura francese. Diremo infine che è il simbolo dell’eleganza della Rive Gauche; scriveva i suoi libri seduta nei bistrot del VI arrondissement, alcuni sono ancora lì, vecchie glorie dure a morire: Les Deux Magots, Le Procope, soprattutto il Café de Flore, dove si intratteneva a lungo con Sartre. Andava ai vernissage con Cocteau, conversava amabilmente con Colette, che stimava molto, girava il mondo per incontrare il suo amante americano. Ha avuto una vita di prim’ordine. Un’affermazione che di solito si rivolge a un uomo, ma il mondo è cambiato e de Beauvoir ha fatto la sua parte perché cambiasse.