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Il risorgimento si beve d'un sorso grazie al barolo

È il coronamento di sforzi immani, non solo enologici, miranti a rendere “serbevole” il vino dei Marchesi Tancredi e Giulia Barolo (una Franca Florio del Piemonte...)
di Felice Modica sabato 11 aprile 2026

3' di lettura

A scuola si studia certo ancora il Risorgimento e- ormai si può dire – ci si annoia. Personalmente, mi sono annoiato un po’ più della media perché, per scommessa, andai a leggermi Le mie prigioni di Silvio Pellico... Indiscusso bestseller europeo nel 1832 ma, per un ragazzino, ancorché del secolo scorso, mattone indigesto. Eppure, ha ragione da vendere Marina Marazza, quando scrive: «Se tu approfondisci come si deve un periodo, ti comincia a scorrere davanti agli occhi un grande film, uno di quei kolossal che la mia generazione conosce bene». Poiché la generazione di Marina è anche la mia, capisco. E mi sono molto divertito – magari sorvolando (ma appena appena) sulle pagine dedicate agli intrighi amorosi di corte (descrizioni perfette, intendiamoci, ma non il mio genere) - nel leggere il suo secondo librone della saga dei Barolo, Il rosso del re (Solferino, pagine 534, € 23). In compenso, ho potuto concentrarmi sul simpaticone di Cavour, il brillante d’Azeglio, il povero Silvio Pellico e anche la sua sorella monaca.

L’autrice scrive bene, il suo stile è piacevole e comprensibile e il suo testo è filologicamente corretto. Se inventa qualcosa - come in tanti romanzi storici- innesta l’invenzione su fatti accaduti e documentati. La storia di quegli anni è così ricca di accadimenti complicati, a volte contraddittori, da apparire inverosimili dove sono più veri, e veridici quando inventati. Prendiamo Carlo Alberto, il Savoia-Carignano, sovrano spilungone dello Statuto Albertino, la famosa “Costituzione flessibile” del ‘48 (che Marazza promette di affrontare in un volume successivo in quanto questo si ferma al 1835). Alto oltre due metri, più che coraggioso, temerario. Alla nascita non ha prospettive di diventare re ed è allevato secondo ideali illuministici. La fortuna, all’improvviso, lo mette in pole position per la successione al trono. Allora, i Savoia lo recuperano, lo mandano in Spagna a combattere i fautori della Costituzione, che lui stesso aveva sostenuto. Combatte quindi l’ultima crociata della reazione per riconquistare la fiducia dello zio Carlo Felice.

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Tali dicotomie si riflettono anche nel carattere e quindi nella vita privata, che lo vuole sessuomane e fedifrago seriale, ma anche bigotto, a tal punto da tenere un confessore privato nella stanza vicina alla sua alcova, sì da utilizzare il sacramento della confessione come tempestivo rimedio: un alka seltzer della coscienza... Qui sul serio la realtà supera la fantasia! Ci avessero raccontato queste cose a scuola, ci sarebbe piaciuto, il Risorgimento! E avremmo ringraziato Iddio con maggiore convinzione, per averci conservati repubblicani. Comunque, proprio da Carlo Alberto dipende il successo di quello che sarebbe diventato il vino più famoso d’Italia: Sua Maestà il Barolo. Il re alzerà il calice vuotandolo, mentre tutti attendono in religioso silenzio che si pronunci. Dirà: «Il Piemonte non ha più nulla da invidiare alla Francia, nemmeno in fatto di vini».

È il coronamento di sforzi immani, non solo enologici, miranti a rendere “serbevole” il vino dei Marchesi Tancredi e Giulia Barolo (una Franca Florio del Piemonte...). Una processione di carri ha trasportato 325 carrà, botti da 600 litri, una per ogni giorno dell’anno, esclusa la quaresima, dalla cascina del Pilone a Barolo, fino al palazzo del re. La reazione di Carlo Alberto è più importante della realtà oggettiva. Si sa che il vino è buono, ma solo se piacerà al re ne sarà decretato il successo. E potrà contribuire a finanziare le numerose attività benefiche intraprese a Torino dalla marchesa Giulia, femminista ante litteram, in favore delle carcerate, dell’infanzia, dei poveri, dell’emancipazione femminile.

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