Secondo Jean Jacques Rousseau, che uno stinco di santo certo non era, l’uomo è buono per natura. A corromperlo e a farlo diventare malvagio, facendogli perdere la sua semplicità e ingenuità naturale è la civiltà, quell’insieme di sovrastrutture culturali create dal progresso e che gli si sono appiccicate addosso come una seconda natura. È in questo preciso momento della storia occidentale che nasce il mito del “buon selvaggio”, che avrebbe ispirato non poche delle utopie che hanno attraversato, con esiti spesso tragici, gli ultimi due secoli e mezzo della nostra civiltà.
Di qui il proposito di un “ritorno alla natura”, che ha ispirato ideologie e politiche. A cominciare da quella pacifista che, quando non è stata imbracciata strumentalmente come fu per i comunisti filosovietici al tempo della “guerra fredda”, ha avuto come adepti e apostoli anche non pochi e influenti intellettuali (un nome su tutti: Bertrand Russell). Come sono scomparse nel corso della storia tante umane istituzioni, non è possibile che un giorno scompaia fra gli uomini anche la guerra? E non dovremmo forse, noi uomini di buona volontà, adoperarci sin da oggi affinché ciò succeda il prima possibile?
Non sarà proprio la naturale bontà dell’uomo a permettere questa rivoluzione, a rimettere così l’ “uomo capovolto”, di cui parlava Karl Marx, sulle sue gambe? In natura, aggiungono molti a riprova delle tesi russoviane, non esistono animali della stessa specie che si fanno la guerra fra loro. Perché l’uomo dovrebbe fare eccezione? Le notizie che arrivano ora dall’Uganda sembrano contraddire in pieno quest’ultima affermazione. Come riportato ieri da Libero, nel Parco Nazionale di Kibale due gruppi di scimpanzé di Ngogo, che per anni erano vissuti pacificamente insieme a far data dal 2015 hanno cominciato a farsi una guerra acerrima e sanguinosa che, proprio come nelle guerre umane, ha causato morti e feriti in gran quantità.
In poche parole, una ricerca empirica ha messo di colpo in discussione sia il dogma della “naturale” bontà dell’uomo, sia quello della “natura benigna”. In verità, non erano mancate, anche fra influenti pensatori, le teorie opposte a quella di Rousseau, a cominciare dalla tesi di Thomas Hobbes secondo cui l’uomo è, al contrario, in natura “lupo a se stesso”.
Per l’autore del Leviatano, solo la civiltà, a cominciare da quella politica per mezzo delle istituzioni dello Stato, può correggere, mediante pene e sanzioni, questa “naturale” malvagità. La civiltà, d’altronde, è un frutto molto raro e precario: sono poche le epoche di pace nella storia dell’umanità, che come diceva Hegel assomiglia a un mattatoio, e sempre esposte ai pericoli più vari che in un colpo solo possono farla sparire facendoci ritornare tutti in uno stato di barbarie.
IL MOMENTO PIÙ EPICO
Il momento forse più epico in cui queste due tesi si sono affrontate è quello del dialogo, nel 1932, cioè nel pieno della “guerra civile europea”, fra Albert Einstein e Sigmund Freud.
Il grande fisico e il padre della psicoanalisi erano stati invitati dalla Società delle Nazioni, la progenitrice dell’Onu, a discutere intorno al tema: «Perché la guerra?». Mentre Einstein si diceva convinto del fatto che si potessero «scoprire i mezzi e le maniere mediante i quali rendere impossibili tutti i conflitti armati», Freud, richiamandosi alla sua dottrina delle pulsioni, era molto più scettico, considerando l’aggressività connaturata all’uomo secondo la dialettica ineliminabile di Eros e Thanatos, principio di piacere o vita e pulsione di morte o distruzione. Da un punto di vista filosofico, la questione si fa, se possibile, ancora più complessa perché il conflitto, comunque inteso, di cui la guerra è l’espressione più radicale, è anche un principio creativo, di “distruzione creatrice” se si preferisce, per usare un’espressione di Joseph Schumpeter. Un altro grande economista, Luigi Einaudi, aveva addirittura intitolato La bellezza della lotta un suo importante saggio sul liberalismo. Che cosa volevano dire tutti costoro, almeno se interpretiamo ad un livello profondo, essenziale, filosofico, il loro pensiero? Per capirlo bisogna fare un esempio in negativo e chiedersi se esiste una situazione umana in cui la pace può dirsi realizzata. Non si può non convenire che questa situazione è la morte. La morte, come diceva un comico che era anche un po’ filosofo, Totò, è una livella, cioè tutto eguaglia e pacifica, rende tutto standard, omologo.
La vita è invece una continua tensione, una lotta, degli uomini in se stessi e frase stessi (e quindi anche di agglomerati umani come gli Stati, fra loro). In questa lotta ci si distingue, si creano diversità, differenze, si dà un colore all’indistinto. Togli la guerra che dà la morte e trovi ancora la morte. La stessa radice del male è perciò anche la radice del bene. Come dice il più celebre frammento di Eraclito, «Polemos è padre di tutte le cose, di tutti re; gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi e gli altri liberi». Che fare allora? Non proporsi di eliminare le pulsioni distruttive dalla faccia della terra, come vorrebbero i pacifisti, ma fare i conti fino in fondo con la natura ambigua della storia e della nostra stessa esistenza. Le forze del male vanno incanalate, controllate, sublimate, quanto più possibile, non estirpate, proposito forse impossibile ma in fondo nemmeno auspicabile. Anche con la “guerra giusta”, quando è il caso. È quel che in fondo fa da sempre la sapienza liberale e che dovrebbe esserci di guida anche in momenti, come il nostro, in cui la relativa pace che abbiamo vissuto per tanti anni sembra all’improvviso crollare.




