La prima cosa di cui ti accorgi, leggendo il romanzo d’esordio di Francesco Currò, è che è abituato a pesare le parole da molto tempo. Ad abbreviare, togliere, evitare di essere ridondante, andare all’osso: non per niente è diventato giornalista all’Ansa, molti anni fa, occupandosi per lo più di finanza ed economia. Da trent’anni è impegnato nella comunicazione d’impresa a livello strategico, ma risulta chiaro che questo romanzo covasse dentro di lui da molto tempo. Probabilmente si specchia in uno dei suoi personaggi che, bisogna dirlo, sono tratteggiati bene. È un libro che si legge con piacere Il coltello della memoria (Rizzoli, p. 240, €18) in cui si sezionano un paio di generazioni, in particolare quella che ha fatto il Sessantotto, per poi vivere il resto della vita rimpiangendo un’occasione perduta – e quella dei loro figli. Che dagli ideali tutto fuorché concreti di padri immaturi e assenti sono rimasti schiacciati dunque desiderano, semplicemente, un mondo fatto di certezze e di serenità, cose che non hanno avuto da piccoli.
UNA VITA DI RIMPIANTI
Ma detta così è presa un po’ troppo alla larga, quindi partiamo dalla trama. C’è un critico cinematografico ex sessantottino appunto, rimasto solo con i suoi fantasmi, dopo una vita colta, certo, ma vissuta in sordina nell’incapacità di amare e di incidere. Un uomo rimasto solo, una specie di eremita con molti rimpianti, in una casa in cui i libri escono da ogni dove, tra polvere e ricordi sgualciti. Novelli, questo il suo cognome, una notte decide di farla finita con un colpo di pistola lasciando un biglietto rivolto a tutti e a nessuno, in cui non chiede perdono, non si lamenta, dice che togliendo il disturbo in qualche modo avrebbe fatto solo un favore a chi lo conosceva. Non chiede perdono neanche a Pietro, suo figlio. Lo aveva avuto da una ricca altoborghese di Milano, Clotilde Brusa, che invece delle utopie se ne infischiava e se lo era preso per appuntarselo al petto come una medaglia perché, si sa, l’intellettuale di sinistra dal fascino alla Che Guevara ha sempre il suo perché e porta un tocco di esotismo nei salotti geneticamente conservatori. Un amore per lui, un gioco per lei, un disastro per entrambi.
Del figlio è importato a poco ai genitori, troppo presi da loro stessi, e Pietro si era chiuso in un guscio, lassù in Germania, con una fidanzata un po’ ottusa e un tran tran senza emozioni, ma soprattutto scossoni. Ma è lui l’unico parente del Novelli, quindi gli tocca tornare a casa per espletare i doveri di figlio di fronte alla morte del padre. Ed è qui che, chi ha vissuto Milano e i suoi quartieri, chi l’ha amata e ci è cresciuto, prova il senso di vertigine che forse ha provato Pietro tornando, scatta l’identificazione e il gioco è fatto. È questo il segreto della narrativa: tirarti dentro. Il quartiere Fiera, l’Isola, Corso Garibaldi, via Bigli, stretta e alta con i suoi palazzi austeri in cui abitano quelli che milanesi lo sono da generazioni e lo sono da ricchi veri, con dipinti antichi da mozzare il fiato, e quando escono di casa si trovano a camminare tra via Manzoni, la Scala e la dimora storica di Don Lisander. Ecco, se una protagonista c’è, in questo romanzo di comprimari, è proprio Milano, che cambia pelle di continuo ma resta sempre sé stessa.
J’ACCUSE
E comunque la storia ovviamente si avvita, si complica, si articola per serate, pensieri, incontri inquietanti che dissipano il sentimento di estraneità verso un padre mai amato, a dire il vero quasi sconosciuto, in cui ci si specchia con il timore di trascorrere nella vita come lui, ovvero come un fantasma. C’è il fallimento di una generazione folle, naive, di una superbia leonina, puerile, che si illudeva di cambiare il mondo e ha finito per imborghesirsi passando dagli scontri di piazza – ci scappa il morto e c’è un assassino, lo diciamo nel caso qualcuno temesse di annoiarsi – a occupare posti al vertice. E in effetti è forte il j’accuse verso una sinistra che ha perso il treno e non se n’è accorta, un morto che cammina perché lo tiene in piedi la boria, dato che ha barattato le idee con il potere. Personaggi ignoti a noi noti, perché questa gente la vediamo, oggi, pontificare un po’ ovunque, con l’aria di chi la sa lunga quando invece ha tradito premesse e promesse e finge pure di non saperlo. Insomma: buona la prima, è un esordio di tutto rispetto. Il libro fila via bene, lo si legge volentieri e alla fine Pietro, un buon ragazzo nato vecchio, si ritrova finalmente giovane perché non vuole fare la fine del padre. C’è ancora speranza, nonostante tutto.